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Archive for the ‘Mùsica’ Category

“Curiamo persone”. #noallespesemilitari. Palazzo Valentini. Via dell’Arco del Monte.
E allegorie da decifrare. Quella della pace, su tutte.

Pace

Una bambina che corre giù con un monopattino, sui raggi lastricati di Piazza del Campo. La torre assolata. Il marocchino senese originario di Montesacro. E Domenico che dice “Siena di tre cose piena” – di qualcosa, di qualcos’altro e di coglioni, me lo ricordo.
Una statua di una bimba dormiente col monito perenne “non destatela”. La Sala del Risorgimento, visitata all’apertura, in solitudine, col solo tubare dei piccioni sul parapetto. Un rigurgito d’orgoglio al “Liberi non sarem se non siamo uni”, alle parole del Petrarca. A ‘sta cazzo d’Italia, perdìo s’è bella.
Le lacrime esagerate per Lorenzetti, per l’idea che il tempo mangerà del tutto gli effetti dei vizi in campagna e in città. E anche la rosa d’oro di Pio II appassisce, prima o poi. Tutto lo fa.
E il rosso. E il bianco. La luce negli occhi. La pioggia negli occhi. L’idea che tutto è apparso più gestibile, per quanto meno sopportabile. Nuova e da conoscere.
Le lacrime esagerate. Le risate esagerate. Apparire dissociata, giustificare pianto e sorriso con una chiamata improvvisata a chi c’è sempre. Anche quando improvvisi.
Il desiderio di farsi una doccia, per togliersi qualcosa di dosso – prima di tutto, lo sporco e il sudore. Recitare sempre gli stessi ruoli, again and again. Per anni, con tutti, non ha funzionato. Dovrebbe farlo ora?
Le lacrime esagerate per le stesse due canzoni rimesse a loop. Impararne il testo a memoria, immaginarne lo spartito. Sentirsi idiota per la semplicità.
Uno sciroppo sbagliato. Un gusto sbagliato. Un brodo sbagliato. Il tutto, però, scelto con la giusta attenzione (dedizione?), a discapito dell’effetto. Il flusso di pensiero, libero. La catena di gestualità, interrotta.
Le lacrime esagerate perché mi sembra d’aver passato tutta la vita in silenzio, nella stanza di un uomo per cercare di non svegliarlo. Ed è bello, di qualsiasi cosa mi si accusi. Sono di gioia, le lacrime, forse. Fino a quando vedi che c’è di peggio. Leggi.
Scoprire di non avere senso dell’umorismo, se non per quel poco che basta all’imprinting.

E di non saper creare il vuoto, di saperlo riempire soltanto per poco tempo e per pochi ambiti.

Sono uno dei cani di Pavlov. Sono un riflesso incondizionato.  

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“Manco a svejasse e rennese conto che è tardi pe’ tutto. Manco”.

Come la metti, la metti so’ sbarre.

     Me lo ripeto da stamattina. Non che ci sia qualcosa di specifico da fare, qualche azione ben fatta per salva(guarda)re il mondo o qualche malvagità repressa da attuare – o meglio, ce ne sarebbero, ma ogni giorno scivolano in fondo alla lista di “cose da fare”, ed il karma ringrazia.
     C’è, però, ad esser sinceri una cosa che faccio sempre, qualsiasi sia il periodo dell’anno, a qualsiasi orario mi svegli, chiunque abbia incontrato, chiunque abbia cacciato: organizzo viaggi (della serie: metteteme a lavora’ in agenzia, pò esse che me sento realizzata. Pò esse).
     Ho sempre un itinerario pronto nella testa – pronto per la fuga, intendo. Ma non trovo il coraggio di prendere e partire.

Sei tu che lavori contro te stessa, mi dicono.

Sono le situazioni che non me lo permettono, rispondo.

Ma di base, ogni sera, m’addormento con un viaggio abortito e un’esperienza persa, va’ a capi’ perché.
Andrò a New York a lavorare o a studiare. Dirò ai miei genitori che sto male qui a Roma. Vedraicantano I Cani. Io appresso. E intorno a me tutti se ne vanno, o se ne sono già andati, seguendo il percorso mentale che più gli si addice. Il mio non l’ho trovato, sebbene lo cerchi. Ma finché rimango inchiodata qui, con la scusa dell’università, piuttosto che di finanze, non capirò mai qual è il mio punto di partenza. Figuriamoci l’approdo. Una marea di gente che si sposta e si ricolloca, in una mobilità infinita che fa venire le vertigini a chi rimane fermo.
     A tratti mi chiedo se quelle malvagità represse da attuare io non le scarichi tutte addosso a me stessa, impedendomi di essere ciò che vorrei: un cazzo di cervello in fuga. E sopravvivverei, certo, non vivrei appieno altrove. Lavorerei. Incontrerei gente. Piangerei e riderei. Ma sarei forse nel posto in cui voglio stare, sicuramente lontana da quello che invece mi va stretto.
     Beato il coraggio di chi parte.
     Beato il coraggio di chi resta.

     Mi basta Siena, per adesso. E sta sicuro che lo faccio.
     Poi, a fine settimana, se ne riparla. Londra non mi sarà bastata e Siena sarà stata breve. E ricomincerò a progettare fughe da non attuare. Perchè, forse, sotto, sotto ha ragione chi mi suggerisce che nella mia cella sto bene: dipingo le sbarre e rendo la costrizione camaleontica.

     Bella pe’ voi.    

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Leggendo in giro, ho trovato questo, che un po’ m’ha fatto ridere, un po’ m’ha fatto riflettere. Di base, m’è piaciuto. E comunque, mi ha ricordato un’esperienza di qualche anno fa, che ha a che a fare coi Genesis e coi tipi alla Pitergabbriel.

Com’è, come non è, conobbi un tipo. Il classico niente di che, che in periodi di magra o di stanca ti sforzi di mandare giù e ti fai piacere. Di solito, impieghi più di qualche appuntamento per cominciare ad uscirci senza tentennamenti e sempre in bilico tra il dio-te-prego-nun-t’accolla’ e il guarda-‘sto-stronzo-mica-me-richiama. Alla fine, richiamava sempre. Mai del tutto convinto, c’è da dire, ma richiamava.
Premessa importante ai fini della narrazione: all’epoca ero ancora nella fase adolescenziale, quindi avevo una ventina di chili in più, un’acne che definire semplicemente “giovanile” appariva a tratti riduttivo e un’insicurezza che mezza bastava.

Lui, però, almeno nel primo periodo pareva accontentarsi, forse motivato dalla comune passione per i Genesis (che, com’è logico che sia, all’epoca millantavo senza nutrire veramente, ma si sa che tira più un pelo…), e, come solo più tardi compresi, dall’esigenza di recarsi al concerto dei suddetti con qualcuno che non fosse se stesso. Alla fine, andammo insieme. Con noi, anche i miei più cari amici dell’epoca. E mio padre. E la mia madrina. E l’imbarazzo. E una maglietta fucsia traforata che mi metteva in mostra le tette (unico punto di forza che tento ancor oggi di ostentare per coprire altre magagne). Non servì a niente, la maglietta. 
Lui seguì il concerto, scambiò piacevoli conversazioni con i miei amici, si impelagò in virtuosistici scambi di battute con mio padre, cantò, ballò, e non mi si cacò di striscio, mentre io in realtà cominciavo davvero ad apprezzarlo. Da quel momento in poi, non seppi più nulla di lui. Tranne che era uno stronzo, ovviamente.

Passano gli anni, perdo i famosi venti chili, assumo la pillola anticoncezionale che elimina ogni traccia di acne (e mi rende più appetibile in quanto scarsamente fertile) e continuo ad avere le stesse tette di allora. Vado a bere con delle amiche al Circolo degli Artisti (tipo, “vado a farmi sfilare cinque euro consapevolmente per una birra che più annacquata manco il vino delle fontane di Marino alla sagra”), e buttandomi in pista al cazzeggio, ti incrocio con lo sguardo il coglione. È lì. È con un amico. Balla.
Ci si aspetterebbe che si avvicini, che intavoli una conversazione sebbene tra le più banali, che faccia la ruota da insulso pavone qual è. Niente di tutto questo. Mi guarda. Continua a guardare. S’arrapa. M’ignora.

Il giorno successivo mi contatta con un messaggio di posta elettronica e butta lì un “sai, dovremo rivederci”.

Il periodo di magra è finito, sciscio. E i Genesis me facevano caca’.

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“Tagliato fuori. Sono completamente tagliato fuori”, recitava il buon Claudio Santamaria nei panni di Penthotal in “Paz!”. Così mi sento, il più delle volte.

In questo caso, guardandomi intorno, non comprendevo perché tutti parlassero de I Cani, perché tutti ascoltassero I Cani, perché tutti andassero ai loro concerti. Anche El Faaab, ieri, mi perculava: “Perché, non hai mai sentito quelli che cantano co’ ‘na bbusta ‘n testa?”. In realtà, c’ho messo anche un po’ a capire che fossero un gruppo musicale, ma quello perché son ritardata io, mica per altro.

Poi, un giorno, l’epifania. Ascolto svogliatamente “Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani”, un anno in ritardo rispetto al reale esordio , abbandonata sul letto ad un pisolino pomeridiano che ritardavo a schiacciare. Ascolto qualcosa, ma non presto veramente attenzione – come mio solito, e pure questo è perché son figlia della snack-culture, mica per altro. Non mi colpiscono, a sprazzi stucchevoli, solita gente che sputa nel piatto dove mangia, giunti al successo dal solito passaparola in rete di amici che taggano amici, che ti rimangono in testa per quei due accordi in croce, che criticano gli altri senza accorgersi di essere gli altri, fanno scattare l’allarme anti-indie contro quel semplicismo parossistico a tratti – l’indie che, invece,  giustificherebbe I Cani perché ancora non mainstream (e, off topic, mi domando quand’è che l’indie ha cominciato a scocciarci davvero).

Ci son tornata ieri, e m’è toccato ammettere che non posso avere sempre ragione, soprattutto di primo acchitto: esprimono un beat nuovo, non frequentemente sentito – se non in qualche esperimento dei tanto bistrattati ’90 -, si definiscono una qualsiasi pop band romana, ma c’è in loro qualche vena post-punk all’Offlaga Disco Pax che è difficile celare, e che poi, in fondo, è ciò che davvero attrae. Lungi dal diventare il mio gruppo preferito, al momento scalano la classifica delle mie fisse attuali, e mi ritrovo a canticchiarli, maledicendo il giorno che l’ho sentiti. 

Qualche riserva continuavo a nutrirlo sui testi. Lo faccio presente all’òmo.
S – Mmh. Lo sai, da nerd d’italianistica, non posso non prestare attenzione al testo.
A – E…?
S – E non lo so, m’infastidiscono a tratti. Non li sopporto. Con questi appigli facili alla retorica contemporanea, con questi ammiccamenti alla generazione del XXI secolo. Con queste protagoniste da aperitivo a Monti, dedite a racconti che non pubblicano, che cazzeggiano su fèisbuk, che minacciano i genitori di andarsene appena laureate per lavorare all’estero, ma alla fine si devono attaccare alla fava e rimangono al Pigneto a leggere David Foster Wallace…
A – Ok. Praticamente te. Quindi?

Quindi aveva ragione l’òmo. Non li sopportavo perché, mettetela come vi pare, sfruttano un po’ l’immagine che proietta ognuno di noi sulla società – e non ci credo a quelli che si difendono puntando il dito altrove, eccezion fatta per la sister che è davvero l’unico esemplare non citato nel variegato elenco d’umanità disturbato nei lirycs. E questo infastidisce, al punto che al termine del primo ponderato ascolto m’era salita una rabbia inconsulta contro me stessa, e contro certi aspetti che per la prima volta notavo esser e stigmatizzabili in quanto stereotipati.

Non posso essere più precisa e mi rendo conto di non essere riuscita a fornire un’indicazione esaustiva, né d’aver realizzato davvero una recensione.
Mi sto incazzando di nuovo, fra le altre cose.
Vado ad ascoltare I Cani. Fatelo anche voi, senza prendervi troppo sul serio.

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“Alexanderplatz, auf wiedehrsen, c’era la neve, faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera. Vengo con te”

Succede di questo: si torna da Berlino e si riprende la vita di sempre come se nulla fosse, la gente intorno a te quasi insensibile al (tuo) trauma da rientro, con l’omìno della pubblicità della Costa Crociere che fa capolino dallo schermo e con le mani alzate, espressione arresa fa: “Scusa, sto zitto. Non mi lamento più”.
Fa ‘na sega una crociera rispetto ai cinque giorni appena trascorsi in terra crucca. “E-veramente” – per citare l’attacco di “Tempi bui” di ministrica memoria. E pure loro, i Ministri, dico, hanno urlato il loro goliardico “presente!” all’appello immaginario dei partecipanti al viaggio perfetto. Per ben due sere a tenerci compagnia, prima al Kulturbrauerai (ciò che di più vicino al paradiso si potesse aspirare in freddi ed innevati giorni tedeschi), poi al White Trash, che, a dispetto del nome, tradiva le aspettative di un luogo da sfascioni. Birra e sambuca a fiumi, per rendere onore ai nostri ospiti ma, se volete, anche un po’ alle nostre radici.
Come son solita affermare in queste situazioni, sarebbe impossibile riuscire a restituire con parole il turbine di emozioni ed esperienze e conoscenze che si son fatte, eppure una schematizzazione assai poco letteraria ma quanto mai utile potrebbe fornirci la risposta all’esigenza sopra dichiarata:
1)Ho scoperto il trionfo di sapori che si nasconde dietro ad un Kebab – il più buono che abbia mai mangiato, di fronte alla torre ad Alexanderplatz.
2)Ho capito che passeggiare per una Berlino imbiancata ed inzuppata può risultare spiacevole – e pensare che qualche giorno fa mi profusi in parole di elogio alla neve.
3)Ho potuto constatare che il popolo tedesco è, con ogni probabilità, quello che ha risposto in maniera più idonea alla crisi del dopo guerra. Ho visto che, nonostante il gravoso fardello di colpevolezza più che giustamente affibbiatogli, i crucchi son riusciti a scrollarsi di dosso la polvere del passato, senza nascondersi dietro improbabili giustificazioni e senza piegarsi alla connivenza di un mortifero andazzo europeo. Sono riusciti a restituire ad Abramo ciò ch’era d’Abramo (anche qui, senza troppo esagerare, ché si sa gli si dà un dito…), e ad Odino ciò ch’è d’Odino – se sono riuscita a spiegarmi.
4)Ho provato vergogna per le insulse polemiche lanciate da qualche amministrazione fascistizzante romana di fronte alla neocostruzione dell’Ara Pacis, in vetro trasparente ultramoderna, quando ho visto la Chiesa della Rimembranza su Kurfustendamstrasse semidistrutta e attorniata da edifici di vetro dal sapore anche vagamente esotico, eppure in perfetta sintonia con il resto, o di fronte alla cupola del Reichstag, svettante da una previa costruzione di un secolo almeno più antica.
5)Non ho avuto paura a girare di notte solo in compagnia di una mia coetanea, perché in Germania anche gli Hooligans si alzano sul tram per far sedere una ragazza (!).
6)Ho letto “Il Manifesto del Partito Comunista” in braccio a zio Marx.
7)Ho incontrato un curiosissimo abitante di Piacenza che, inspiegabilmente, è risultato essere tifoso della Lazio e ho capito che, per quanto si sforzi, una persona proveniente da una regione diversa dal Lazio è fonologicamente impossibilitata alla riproduzione dell’intonazione romana – in accordo con le teoria sull’italiano regionale che stanno tanto a cuore al professor Vignuzzi.
8)Ho riscontrato in me delle capacità sovrannaturali non indifferenti: tornare dall’aeroporto alle due di notte, alzarsi alle sette e farsi la traversata di Roma non mi ha impedito di riscuotere l’ultimo 30 e lode della sessione – aggiungerei, avendo studiato unicamente durante il viaggio di ritorno.
9)Ho capito il vero significato della frase: “Paris est toujours Paris. Berlin n’est jamais Berlin”.
10)Ho constatato che neanche dieci punti chiave basterebbero per dire tutto quanto c’è da dire intorno alla capitale tedesca.

Non posso che chiudere congratulandomi con chi, in codesto periodo, s’è laureato – ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è volutamente non casuale – e ringraziando tutte quelle persone che, seppur virtualmente, son state presenti in quei freddi, grigi, tedeschi giorni di fine inverno.

P.S. In ultima analisi, dopo questa viaggio son sempre più convinta che da grande voglio fare Marlene Dietrich. E che non ci sarebbe potuta essere lettura migliore de “La scopa del sistema” per cullarmi al rientro.

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Sperimentazioni letterarie della figura retorica dell’ironia.
Soggetto: Italia, amore mio.

Al solito, sorvolando sulle scontate polemiche che accompagnano l’evento più atteso (da chi, poi?) dell’anno, invio le mie più sentite congratulazioni al principe (di chi, poi?) Emanuele Filiberto per la sua invero assai meritata scalata sul podio.
Emanué, nun je dà retta a tutti quelli che vorrebbero infangare il tuo nome, ripescando vecchie e infantili polemiche, come quella del 2007 in cui, secondo le malevole voci di giornalisti corrotti, comunisti e repubblicani, avresti chiesto insieme a papà un risarcimento di 260 milioni di euro dal nostro Stato per danni morali!
E non dar retta a coloro i quali, pur di difendere quel cocainomane di Marco “Morgan” Castoldi, sbandierano ai quattro venti che appena quattro mesi fa hai ammesso di esser stato anche tu tossicodipendente. Ché poi si sa, no?, hai smesso. Vero?
Lascia fare che “Italia amore mio” aveva un testo che faceva rabbrividire i vivi e i morti (tipo quelli delle Guerre Mondiali), e che, insomma, lo dico sottovoce tra me e te, ché nessuno lo senta, c’è un motivo se sei principe e non cantante, e che la musica nella migliore delle definizioni potrebbe essere “inascoltabile”. Dà la colpa a Pupo, fidati. Scarica barile, ché noi italiani siamo abituati a voltar faccia – e questo non so se puoi saperlo, visto che, purtroppo, sei stato via così tanto.
E, detto tra noi, rispondi con un sorriso a chi avanza la battutina maliziosa: “Eh, t’è piaciuta talmente tanto ‘st’Italia che te sei sposato ‘na francese!”. Che ne sanno, loro, dell’amore, dell’orgoglio, del sentimento di patria.
La gente è cattiva, Emanué. E gli italiani, nello specifico, lo sono forse anche di più. Ricordati che t’accusarono di essere un pirata informatico, quando cercasti di chiudere un sito scomodo alla tua famiglia perché papà (benedetto ‘ndo se trova!) s’immischiò in quello scandalo tra mignotte e gioco d’azzardo a Campione d’Italia.
E diglielo, diglielo a questi malfidati mangiabambini che tu sei una persona, e papà è un’altra, che tu non c’entri nulla col traffico internazionale d’armi degli anni Settanta, e con l’assassinio gratuito e spregiudicato di quel ragazzo diciannovenne sulla barca. E la tessera numero 1621 della loggia massonica P2, alla quale appartenne anche il nostro presidente del Consiglio (emerito e stimato, vieppiù), era di papà, mica tua!
E sai che ti dico? Che papà aveva ragione quando disse che “questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi” che passano il loro tempo ad ascoltare le conversazioni altrui, “dei morti di fame che non hanno un soldo. Devono stare tutto il giorno ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna”. E c’aveva ragione pure quando disse che le leggi razziali sottoscritte dai suoi avi “non sono poi così terribili”. E che cristo! “È tempo che tu sappia di chi sei figlio”, diceva il grande Alberto Sordi in “Un Americano a Roma”.

Emanuè, va sereno verso la vittoria che t’attende. Ci siamo presi “Ballando con le stelle”, ci siamo acchiappati il sanremese festivàl, e dai che vinciamo anche le prossime elezioni! Così tocca fare, principe, bisogna assuefare l’italiano medio a votare monarchia.
Chè poi, qualcuno che dice “Mejo pochi che magnano, che tanti che rubbano” ancora c’è.

W Emanuele Filiberto di Savoia, Principe di Venezia!
W la monarchia!

… ‘ccodì!

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Morgan è allontanato dal Festival di Sanremo.
John Terry potrebbe non essere più il capitano della Nazionale Inglese di calcio.
Silvio Berlusconi è ancora al governo.

Il mondo intero sembra parlare solo di Morgan e cocaina.
…che poi ‘ste storie fanno male all’equilibrio psico-fisico di mia madre, la quale ieri ha ben pensato di mettere in moto le sue pliche vocali per chiedermi: “Ma… senti un po’. Qua (n.d.a. “in televisione”) dicono tutti che la cocaina sta diventando la droga più usata, anche dai giovani. Che la si vende a bassissimo costo. Che, insomma, la pippa anche l’insospettato. Tu ne sai niente?”.
S. – No, ma’. Per quanto, c’hai ragione pure te, dare sei esami nel giro di una sessione di neanche due mesi a Lettere te lo fa venir pensato.
Mutter – Ma nooooo! Ma che dici! Io mica intendevo te! Volevo sapere se conosci qualcuno intorno a te che ne fa uso… dice che è così diffusa.

Sagace. Da donna astuta quale da sempre è stata la Mutter, tenta di sondare il terreno e farmi cantare. Hai voglia a spiegarle che non conosco nessuno (e che se anche lo conoscessi non metterei la notizia in bocca a “Radio Serva”, comunque).

Ma la questione non è questa. Ho divagato, al solito.
Dicevo: il Bel Paese sembra parlare solo di Morgan e cocaina. Io no. Io mi rifiuto. Io non esprimo giudizi (tanto più che il sovracitato cantautore è sempre stato uno di quei personaggi dei quali non ho mai capito quale opinione avessi, se mi stesse sul cazzo a bestia o se fosse un idolo).
Stamattina, invece, vorrei riportare l’attenzione sulla delicatissima decisione che spetta in giornata a Fabio Capello (un altro che, invece, non ho mai sopportato molto – vedi anche: fede laziale): John Terry è degno di essere ancora chiamato capitano della nazionale inglese (pur assomigliando in maniera così impressionante ad Edward Norton)?
Eh sì, son problemi.
Eh sì, tanti abitanti dell’isola non c’hanno chiuso occhio (sicuramente non Terry).

La realtà è molto meno forzatamente ironica di quanto io non voglia tratteggiarla, perché fornisce inoltre interessanti spunti di riflessione anche sulla nostra attuale situazione socio-politica. In Inghilterra la particolare sensibilità cockney dà vita ad una reazione dicotomica: da un lato, si ricerca affannosamente il pettegolezzo, anche il più spicciolo e banale (se Clinton fosse stato il Premier inglese, mi son sempre detta, a quest’ora stava spalando merda nelle campagne scozzesi!), dall’altro si etichettano personaggi pubblici, a volte anche virtuosi nel loro campo ma dediti a qualche inoffensivo vizietto, come cattivi modelli ed inetti al loro mestiere. 
Ditelo a John Terry, eccellente difensore del Chelsea nonché attuale (forse ancora per poco) capitano della Nazionale Inglese di calcio, che si è visto crollare mondo e carriera addosso per una scappatella extra-coniugale, tanto che oggi spetterà solo alla decisione del ct della nazionale inglese, Fabio Capello, se riabilitarlo alla guida della squadra o lanciare la sua fascetta in pasto ai leoni.
Potreste ribattere, sì, ma ricordati che qualche giorno fa prese anche a pugni un deejay di un locale di Londra solo perché non aveva alcuna intenzione di metter su la sua canzone preferita! Quisquilie.
Potresti altresì aggiungere, sì, dai, però la puttanella in questione (quella che si è ravanato, sì!) era anche la ragazza di un suo collega, nonché carissimo amico (n.d.a. Bridge), e che, a dirla tutta, la suddetta si fece visitare anche da altri tre calciatori alternandoli a turni come nei migliori gironi calcistici! Carabattole.
In conclusione, potreste anche addurre a sostegno dell’accusa, sì, dai, ma ha fatto saltare anche il match di FA cup perché voleva tornare a casa dalla moglie a chiederle scusa in ginocchio! Sottigliezze.

Ma qui, la riflessione che sorge spontanea è di ben altro carattere: un uomo – e che uomo! -, colpevole solo di aver tradito la compagna, in Inghilterra viene messo in discussione e (forse) allontanato dalla propria carica calcistica, manco fosse un pariah indiano, cristo!
In Italia, un uomo che si intrattiene privatamente con una diciassettenne nel suo studio (e che poi tenta di ficcarla ovunque, dagli scenari politici alla ribalta televisiva), che viene lasciato pubblicamente dalla moglie per il suo atteggiamento equivoco, che candida come Ministro delle Pari Opportunità una donnina da calendario – anche un po’ ipertiroidea -, che sbatte mignotte di ogni sorta a Montecitorio manco fosse ‘na casa chiusa, che compare in alcune foto in compagnia di soubrettes e decerebrate da Grande Fratello, che fa il provola con qualsiasi giornalista/intervistatrice di sesso femminile, purché non di sinistra, che gli si presenti di fronte, è degno invece di rimanere alla carica del governo?

Mah.

Almeno John Terry non è stato imputato in più di venti procedimenti giudiziari, eccheccazzo!

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