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Archive for the ‘Rrròma’ Category

 

 

Se mi avessero detto: “un giorno, Alfonso ti farà piangere”, avrei risposto sorridendo, “ma non diciamo sciocchezze”. L’unico modo che potevi trovare per renderci tristi, era questo.

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Tutti abbiamo sentito parlare di Emergency, l’associazione italiana che offre cure di qualità alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Ma non tutti, sicuramente, avranno sentito parlare di Alfonso.
Certo, lo conoscevamo in tanti, ma sembravamo sempre troppo pochi per la sua capacità di dedicarsi al prossimo. Sembrava sempre avesse una riserva d’amore, nascosta e inesauribile, dalla quale attingere per donarne.
Non tutti avranno sentito parlare di Alfonso, ed è ingiusto sia stata tolta la possibilità a chi fino a ora non ne ha avuta. Ma se conoscete, anche solo a grandi linee, Emergency e il lavoro di chi la sostiene, mi sarà più semplice tentare di farvi capire perché ci mancherà: Alfonso era altruista, un prezioso sostegno nei momenti difficili, sempre con una parola da regalare a chiunque, pacifista fino al midollo. Entusiasta e sorridente, ti trascinava all’interno degli eventi. E scherzava, con delicato rispetto, su tutto e su tutti, soprattutto su se stesso.

Anche quando per motivi personali sono stata mio malgrado costretta a sottrarre il tempo da dedicare all’associazione e a cambiare la mia modalità di supporto a Emergency, Alfonso è stato fra i pochi che ha continuato a contattarmi sempre.

I tuoi esami come vanno? E la scrittura? Ricordati che ho previsto un gran futuro per te, quindi attendo con trepidazione le tue nuove pagine,

mi chiedeva dopo una sessione d’esami.

E allora ti rispondo anche questa volta, Alfo, come sempre, facendo finta che nulla sia successo, facendo finta tu sia ancora qui: gli studi vanno bene anche se un po’ a fatica perché, come sai, lavoro in un supermercato per pagare le rate universitarie. Vado un po’ a rilento, ma mi prendo le mie soddisfazioni. Nel poco tempo libero, ho scritto una breve sceneggiatura con un’amica. A quanto pare, sta piacendo molto, i responsi sono positivi e vogliono produrci quanto ideato. Alla fine, caro Alfo, il gran futuro che avevi previsto per me si sta avverando: sono felice, sono in salute, sono fortunata. Ho una casa, un lavoro, degli amici e una famiglia. Perché è questa la felicità, no?

Non tutti avranno sentito parlare di Alfonso, ma lo faranno nei prossimi giorni. Rimarrà sulle nostre labbra, nei nostri discorsi, nelle riunioni, fra i banchetti, al centro delle manifestazioni, ovunque ci sia caciara, voglia di fare, amore e ottimismo. Alfonso sarà lì, a ricordarci che basta un piccolo gesto per aiutare il prossimo, lasciando un segno indelebile su questa terra.

Ciao, trafficante di sogni.

Ciao, “anziano amico” (so che anche stavolta non t’offenderai).

Ciao, padrone del tuo tempo.

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Sarà pur vero che chi appartiene alla mia generazione è nato sapendo di essere intercambiabile, e che grazie a internet sa un po’ tutto di tutto. Sarà anche, aggiungo, che la donna mostra comunque di avere le risposte a ogni domanda in ogni ambito. Sarà pure che sotto ai suoi occhi ne vede passare di ogni. Ma la cassiera NON è una personal shopper.

Se le chiedete “dove posso trovare la farina di mais”, la cassiera disponibile può presentare due tipi di risposte: “in corsia 9”, oppure “dove sono tutte le altre farine (prodotte con tutti gli altri tipi di cereali al mondo, com’è logico che sia)”. La cassiera ben disposta, estremamente accondiscendente, in fase di preovulazione e quindi non mestruata e col culo girato, potrà anche decidere addirittura di accompagnarvi fino alla meta desiderata. Ma è bene sappiate che non le è stato impartito nessun corso specifico d’arte culinaria sui libri di Pellegrino Artusi prima d’essere assunta, perciò il quesito “sa in che proporzioni va aggiunta agli altri ingredienti per fare le arepas?” rimarrà per necessità irrisolto.

Non paghi, mentre si sta allontanando per tornare in cassa (perché sì, è proprio quello che fa dentro al supermercato, passa i prodotti e vi fa pagare), potrete nuovamente fermarla e chiederle: “signorina, mi scusi, e i bagnoschiuma?”. E lei, nuovamente, armandosi di buona pazienza, potrà condurvi in corsia 11, “Profumeria”, davanti a un muro di flaconi colorati, che se solo aveste avuto la buona creanza di usare le basi del pensare logico, avreste potuto trovare da soli. Ma anche qui, sappiate che non è in grado di rispondere alla domanda “secondo lei, questo shampoo per capelli colorati può danneggiare il cuoio capelluto?”, perché, avendo scelto di fare la cassiera, non ha alcuna esperienza come coiffeur e tanto meno se ne intende di bulbi piliferi, e non ha ottenuto nessun cazzo di master in dermatologia.

E infine, se dopo quest’ultima interruzione, riuscisse finalmente a incamminarsi verso la linea casse, e voi la richiamaste ancora una volta al suono di “signorina, e gli omogeneizzati?”, lei non solo non vi manderà a fanculo (e probabilmente, sarà solo perché non può, se vuole tenersi ‘sto stipendio da fame), ma tornerà indietro e vi dirà che sono due corsie più in là, mentre con ogni probabilità vorrebbe rispondere “Perdìo, due metri più in là, signora, usi gli occhietti e le gambucce che er padreterno j’ha donato e se li cerchi fra gli stramaledetti prodotti per gli infanti demmerda, e glielo dico subito, non ho alcuna idea se pe’ ‘n neonato co’ ‘e colichette renali sia mejo compra’ er conijo o er manzo perché, strafottuto il giorno che ho deciso de studia’ lettere, come pediatra ancora non me la cavo abbastanza, e come madre molto meno, visto che c’ho 25 anni, manco ‘n anno de contributi a’e spalle, so’ single, e co’ ‘sti spicci che me guadagno a mala pena pago l’affitto, figuramose se me posso permette’ ‘n fijo!”.

Frustrazioni a parte, ché voi non c’entrate pressoché nulla, vorrei infine ricordarvi che la cassiera e il commesso sono lì per darvi una mano, per rispondere alle vostre domande, ma non hanno un dottorato in tuttologia e tanto meno hanno il tempo e la voglia di seguirvi per tutto l’intero percorso all’interno del supermercato.

La spesa è ‘na cosa intima, come e più de ‘na cacata. Abbiate la buona creanza de falla da soli. 

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Ché poi ce ne sarebbero di cose che tendono a infastidire un cassiere, ma in cima alla lista c’è:

quello che te vòle frega’ le buste.

Si tratta, spesso, di esemplari piuttosto mattutini, volitivi allo spasmo, dediti all’azione controversa che ai loro occhi pare essere la più lineare. Egli nutre un obiettivo, ingrassandolo a forza di aspettative e vacue soddisfazioni e si sveglia con un’unica velleità primordiale: te deve ‘ncula’.
Non importa come.
Non importa cosa.
Ma te deve ‘ncula’.

La superclasse in oggetto si suddivide in ulteriori categorie specifiche che, per bene di conoscenza e amore per la condivisione, elencherò, scusandomi sin da ora se apparirò fin troppo stringata e altrettanto diretta:

1) Quello che aspetta il “Basta così?” “Sì, grazie” “Sono 24, 50” “Ah, scusi, m’ero dimenticato: una busta”, convinto che, una volta pronunciato ad alta voce l’importo totale della spesa, un meccanismo impenetrabile e irreversibile scatti, impedendo al cassiere di aggiungere 0,12 € di busta. Rassicuro QCTVF: non solo possiamo tornare indietro, ma il vostro tentennare convinti di fregarci è la scintilla che appicca la miccia del nostro rodimento di culo. Ed è per questo che aggiungiamo fino all’ultima fottuta misera busta.

2) Quello che viene accompagnato dall’infante e lo usa come mezzo per corrompere il cassiere: “Come dici, Robertino? Sì, sì, certo che la cassiera ci regala una busta, vero?”. Robertino ha a mala pena due anni. Non sa manco che è lui, il Robertino interpellato. Robertino, però, capirà presto che ha una nonna cerebrolesa, convinta d’essere scaltra e simpatica. Pòro Robertino.

3) Quelli del “Mannaggia, ho dimenticato le buste a casa! Ma ci crede? Sono piena, ma talmente piena che le ho pure regalate alla donna delle pulizie”, persuasi che questo basti a farci intenerire e convincere che la persona che abbiamo di fronte non è affatto una purciara demmerda, ma una benefattrice della comunità capitata purtroppo in uno di quei giorni no. 

4)  Quelli che, siccome si fanno imbustare la spesa dalla donna delle pulizie, sono convinti che basterà prendere un sacchetto di cartone per 259,17 € di spesa. “Ma come, Estrella? Come non c’entra tutta la roba in una busta?!”. Questa è l’unica categoria che frega davvero il cassiere: per aiutare la povera Estrella, regala buste in quantità industriali. 

5) Quelli del “Sono stata operata alla spalla non posso portare pesi non è che mi regala 8 buste?”. E no, la categoria in questione non è composta da polipi. 

6) (per me, i migliori) Quelli che fanno la spesa a una cassa, e poi chiedono una busta al cassiere successivo: “Mi scusi, la collega s’è dimenticata di darmi la busta. Me la dà lei?”. CHE TE DO’ IO?! UNA PAPAGNA ‘N FACCIA, TE DO’!

Questo, per necessità di sintesi. 

Poi, per la cronaca, io sono una di quelle che si farà licenziare solo perché non ha mai fatto pagare ‘na busta in vita sua. Ma prova a fregarmi e t’ammazzo la famiglia. Col napalm.

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Ogni mattina un cassiere si sveglia e sa che dovrà correre più veloce della prima vecchia che aspetta davanti all’ingresso dalle sei di mattina – ché i vecchi, se sa, so’ ‘n po’ così, fanno la fila dallo spuntare del primo raggio di sole ovunque (un’altra massima potrebbe essere, in effetti, “per quanto presto tu possa fare, ci sarà sempre un vecchio che è arrivato prima di te”, ma tant’è).
Sebbene il supermercato apra solo alle otto, l’instancabile vecchina è lì da ore, e sarà anche probabilmente già passata a fare il vaccino dal medico, ad accompagnare i nipoti a scuola, a scassare il cazzo alla vicina per l’acqua delle piante che cola sul balcone, a fare i salmi mattutini in Chiesa, a controllare che i lavori della metro procedano secondo norme note solo ai vecchi come lei, e sarà anche stata abbondantemente col fiato sul collo alla rumena (unico esemplare che si svegli prima dei vecchi, per non parlare delle rumene vecchie poi!) per controllare che non usi proprio quella pezza lì per pulire i vetri ché glieli riga, che poi la stronza lo sa e continua a farlo.
Il cassiere, specie in via d’estinzione, destinato a stress e nevrosi che manco i combattenti al fronte, si starà ancora fumando la prima (forse ultima) sigaretta nella lacerante attesa di varcare la soglia dell’inferno, quando sentirà una vocina rauca, sottile, penetrante, molesta, vecchia insomma, chiedere: “ma quando aprite?”.
E il suddetto cassiere, che vorrebbe placidamente ma altrettanto enfaticamente rispondere “l’anno del cazzo, signora”, si limiterà invece a inspirare l’ultima boccata di fumo, a spegnere la sigaretta e a sbuffare “alle otto, signora. Sono le otto meno cinque”.
Quand’anche si fosse fortunati (il che accade raramente per inciso), ci si troverebbe di fronte ad una faccia che potrei definire altrimenti e più gentilmente ma che non riesco a rendere meglio se non con l’espressione “di cazzo”, che in realtà sottintende un più esplicito “ma guarda te ‘sti stronzi non c’hanno voja de fa ‘na sega”.
Il che, com’è logico che sia, indispone ancora di più il cassiere nei confronti del suo lavoro e del mondo che lo circonda, e contribuirà a instillare nella sua mente ormai logora immagini cruente di morti non troppo accidentali nell’affettatrice della gastronomia e di corpi esanimi lasciati a sgocciolare sul banco del pesce.

Perciò sappiate, vecchi e non, che se alla cassa incontrate un/a ragazzo/a col culo girato, non troppo loquace e col sorriso finto stampato in faccia dovrete ringraziare Iddio ché vi sarebbe potuta andare molto, ma molto peggio.

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Roma col freddo, e le anziane che passeggiano lente in quel momento della giornata che pare il più propizio per tutto, scegliendo con instancabile cura il più bel mazzo di fiori finti da acquistre, è poesia.
Come se i fiori fossero diversi. Come non fossero finti e senza profumo. Come se fosse l’evento più importante della giornata – che poi, lo è.
Mentre penso che Roma in certi momenti dell’anno, col cuore e con l’animo allineati fra loro, è un gran bel posto per esserci, t’incontro per le scale.
Sei sempre più magra, e sempre più bella. Gli anni passano, e avrai superato i cinquanta, anche tua figlia se ne è andata di casa. Ha trovato l’amore, me lo disse venenedo a comprare dei mobili quando ancora lavoravo nella scatola giallablu. La vecchia ancora spettegola se riescano a vivere da soli, ché ogni tanto li vede salire da te.
Mi ricordo le pareti nelle stanze dei tuoi figli, colorate, armoniose, accoglienti, calde.
Mi ricordo tuo figlio.
Oggi, guardandoti per la prima volta dopo troppe volte in cui t’ho solo vista, ho capito che eri invecchiata. Ma non per l’età, né per i segni del tempo sul tuo viso – quanto sei bella, te l’ho mai detto? Sei invecchiata perché sei la madre di qualcuno che non ha più bisogno di te, di qualcuno che non c’è.
Mi ricordo tuo figlio.
Solo oggi ci ho pensato, a quanto m’imbarazzasse incontrarti con lui, ché non sapevo mai come comportarmi, se allungare una mano sul viso e fargli una carezza, se parlargli disinvolta, ignorando la sedia a rotelle. Eravamo coetanei. Lo saremmo ancora stati.
Solo oggi mi ricordo tuo figlio.
Tagliano i fondi alla salute, lo sai? Meno contributi ai malati di SLA. Ogni tanto ripenso al furgoncino che lo veniva a prendere per portarlo a scuola, e a te, che tutti i giorni aspettavi paziente in mezzo alla strada che lo riportassero indietro. Dalla mamma, dall’unica donna che sapeva come relazionarsi.
Oggi ripenso a tuo figlio, penso che avrebbe quasi 24 anni.
Penso che oggi gli parlerei, per raccontargli che schifo che stanno facendo lassù ai piani alti, e m’inventerei che noi giovani ci stiamo impegnando per combattere anche per lui e ottenere un presente migliore. Inventerei che non ci indigniamo soltanto a parole. Gli mentirei, dicendogli che presto cambierà tutto.
Mi ricordo tuo figlio. Ed è strano, mi manca.

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Dice che siamo “choosy”.

Braccia strappate al lavoro, quello vero.

     Per forza di generalizzazioni, mi riscopro d’accordo. Oppure, sarà perché i “giovani” che conosco io sarebbe meglio definirli schizzinosi (che sono gli stessi che ti sparano tre ore di pippa su come sia ontologicamente superiore il cinema in lingua originale coi sottotitoli, e ‘sti giorni si so’ dovuti anna’ a cerca’ come se scriveva “schizzinosi” – manco sullo Zingarelli, poi, ma col correttore automatico del T9 – pe’ scrive du righe de protesta).
     Siamo una generazione di esigenti, di “misentostocazzo” perché ho preso una laurea e no, col cazzo che ci vado a lavorare al call center. Sì, sì, d’accordo, sentitevi indignati (che pure questo va tanto di moda), ma la realtà dei fatti è che da quando hanno esteso la possibilità di ottenere una laurea a pressocché chiunque (anche qui, ragioniamo per generalizzazioni, s’intende), pressocché chiunque si arroga il diritto di ottenere un lavoro coerente al suo percorso di studi. ‘na cifra de scienziati delle comunicazioni che chissà che cazzo dovranno mai scoprire, spintonano i laureati in lettere all’ingresso delle case editrici, mentre i neo giuristi si pigliano per i capelli per un posticino nella rubrica d’attualità politica.

     Il mondo è stato in questi giorni tappezzato di cartelli attraverso i quali centinaia di giovani imponevano la condivisione della propria carriera infame, fatta di collaborazioni in nero e a progetto, di licenziamenti immotivati e di mensilità spese a spalare nella merda; e io a fianco avrei gradito spuntare altre centinaia di fogli con su scritta la verità di chi, in questo paese, non vuole fare un cazzo, di quelli che, da una vita, rifiutano di fare i camerieri “perché non son capaci”, di fare i cassieri “perché degradante”, di prendere in mano un fottuto arnese “perché la classe operaia è morta da un pezzo, e comunque non è andata in paradiso”. 

     Mi è stato detto che rinunciare a studiare per accettare un lavoro da commessa in una GTO sarebbe stato un “livellarsi”. Tocca svegliarsi, invece, perché, sarà un mio limite, non riesco a credere alla sincerità di tutte quelle masse scaraventate in piazza che si stracciano le vesti e si dilaniano i corpi, si lamentano, piangono perché non avranno un futuro. Certo, noi, generazione X.1 e X.2 non avremo né il futuro che (forse) ci saremmo meritati, né tantomeno quelli che idealizziamo. Perché, come disse il buon Monicelli, …

 Quello che in Italia non c’è mai stato, è una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, 300 anni che è schiavo di tutti.

 E allora, che cazzo ci piangiamo? Zitti, e andate a spalar merda. E se vi si dice che siete “choosy”, abbiate la buona creanza di protestare a bassa voce, fosse mai che l’hipster accanto a voi vi tacci di radicalchicchismo.

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“Manco a svejasse e rennese conto che è tardi pe’ tutto. Manco”.

Come la metti, la metti so’ sbarre.

     Me lo ripeto da stamattina. Non che ci sia qualcosa di specifico da fare, qualche azione ben fatta per salva(guarda)re il mondo o qualche malvagità repressa da attuare – o meglio, ce ne sarebbero, ma ogni giorno scivolano in fondo alla lista di “cose da fare”, ed il karma ringrazia.
     C’è, però, ad esser sinceri una cosa che faccio sempre, qualsiasi sia il periodo dell’anno, a qualsiasi orario mi svegli, chiunque abbia incontrato, chiunque abbia cacciato: organizzo viaggi (della serie: metteteme a lavora’ in agenzia, pò esse che me sento realizzata. Pò esse).
     Ho sempre un itinerario pronto nella testa – pronto per la fuga, intendo. Ma non trovo il coraggio di prendere e partire.

Sei tu che lavori contro te stessa, mi dicono.

Sono le situazioni che non me lo permettono, rispondo.

Ma di base, ogni sera, m’addormento con un viaggio abortito e un’esperienza persa, va’ a capi’ perché.
Andrò a New York a lavorare o a studiare. Dirò ai miei genitori che sto male qui a Roma. Vedraicantano I Cani. Io appresso. E intorno a me tutti se ne vanno, o se ne sono già andati, seguendo il percorso mentale che più gli si addice. Il mio non l’ho trovato, sebbene lo cerchi. Ma finché rimango inchiodata qui, con la scusa dell’università, piuttosto che di finanze, non capirò mai qual è il mio punto di partenza. Figuriamoci l’approdo. Una marea di gente che si sposta e si ricolloca, in una mobilità infinita che fa venire le vertigini a chi rimane fermo.
     A tratti mi chiedo se quelle malvagità represse da attuare io non le scarichi tutte addosso a me stessa, impedendomi di essere ciò che vorrei: un cazzo di cervello in fuga. E sopravvivverei, certo, non vivrei appieno altrove. Lavorerei. Incontrerei gente. Piangerei e riderei. Ma sarei forse nel posto in cui voglio stare, sicuramente lontana da quello che invece mi va stretto.
     Beato il coraggio di chi parte.
     Beato il coraggio di chi resta.

     Mi basta Siena, per adesso. E sta sicuro che lo faccio.
     Poi, a fine settimana, se ne riparla. Londra non mi sarà bastata e Siena sarà stata breve. E ricomincerò a progettare fughe da non attuare. Perchè, forse, sotto, sotto ha ragione chi mi suggerisce che nella mia cella sto bene: dipingo le sbarre e rendo la costrizione camaleontica.

     Bella pe’ voi.    

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