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Archive for the ‘Lib(e)ri’ Category

Quest’anno inzia bene: già sto incazzata. Ma questa è prassi.

Un pizzaiolo italiano, amico di mio padre, da anni Londoner, ci invia un video del Capodanno nella capitale della Gran Bretagna. Fuochi artificiali che scoppiano nella placida calma dei rintocchi del GrandeBen, luci, euforia, musica. E la metro aperta.
Penso alla serata di Capodanno romana, quando gli autobus si fermano drasticamente alle 21.30 e ‘ndo stai, stai, tocca che te ce fermi almeno fino alla mattina successiva, quando i mezzi riprenderanno a passare. A meno che tu non voglia dirottarne uno ed impossessartene per la serata, l’unica altra valida alternativa è ricorrere ad un taxi. Mmh.


 

Mi è capitato di vedere nei giorni scorsi questo breve ma intenso intervento di un giovane – giovanissimo! – attivista della Coalition of Resistance nella sovracitata Inghilterra. Quanta verve, quanti contenuti, quanto odore di buona rivoluzione! Ché se pure non ci sarà davvero, perlomeno ne hanno potuto respirare l’aria attraverso queste parole.
Dal canto nostro, nel nostro Bel Paese, i giovani ringraziano il Presidente della Repubblica delle Banane per aver ammesso di aver riscontrato “alcune criticità” nel testo della (ormai) Legge Gelmini. Nel messaggio natalizio rivolto a tutti gli italiani, il Grande Capo Penna Veloce, neanche un’ora dopo aver apposto la firma alla condanna ad un futuro d’incertezze per tutti gli studenti, si dichiara vicino a noi, ci comprende. Meglio, ci compatisce. Ancor meglio, se ne frega.
Ma noi, da bravi dialogatori amici del potere, ci stringiamo intorno alla sua figura istituzionale di padrepadrone, incapaci e vigliacchi di proferir dissenso. L’unico momento in cui ho visto uno dei nostri rappresentati tentare di tener testa ad un La Russa qualunque, è stato ad “Annozero”. Peccato fosse del tutto fuoriluogo, e non all’altezza della situazione. Vigliacco – in questo senso sì, caro La Russa – nel non denunciare certi inutili, stolti, fuorvianti ed inconcludenti atti di violenza. Tutto fumo e niente arrosto, per citare la saggezza popolare.

Sarei curiosa di sapere quante eccellenze vi fossero in piazza a Roma il 14 dicembre scorso.
Sarei curiosa di sapere, all’inizio di questo nuovo anno di merda, quante eccellenze avranno il coraggio di rimanere in Italia.

 

Dal canto mio, sento sempre più l’esigenza di rispondere all’appello:

“Coalition of Resistance” wants you to fight!

E, per citare il titolo del libro che al momento è in cima alle classifiche di vendita in Francia (autore: un partigiano 93enne, che è riuscito a surclassare anche un Houellebecq): “INDIGNEZ-VOUS”!

 

Indignatevi, Cristo. Sempre se ce la fate, s’intende.

 

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Mi trovo a riflettere sulla tempestività di certe morti. Ci vuole coraggio, a volte. Non bastano meri fattori biologici a stroncare un’esistenza. A mio parere, ci sono alcune persone che aspettano il momento topico per spegnersi, lasciando alle spalle una scia di surreale che brilla a lungo.
Questo, per altro, sembra essere un periodo storico idoneo per morire – essendo, di base, un periodo storico privo a tratti di “storicità” -, soprattutto per chi decide che vuole campare di scrittura o d’informazione.
A breve, ci metteranno il bavaglio.
A breve, Santoro verrà sfanculato/sfanculerà da RaiDue – e, al di là della personale idiosincrasia che nutro nei confronti della sua persona, potrebbe addirittura essere rimpianto, de ‘sti tempi!
A breve, se non ci sbrighiamo a prestare attenzione alla sua voce, rimpiangeremo anche la possibilità di ascoltare Gianni Minà (e, attenzione, non gliela sto in alcun modo tirando – anzi, chi può si gratti –, sto solo stigmatizzando la ghettizzazione di quello che considero uno dei migliori giornalisti italiani viventi, Cristo!).

A breve, temo che verrà dimenticato anche il fautore del risveglio di una certa Italia (diversa dall’Italietta), colui il quale ha rifondato completamente il significato del termine “novissimo”: Edoardo Sanguineti, venuto a mancare il 18 maggio scorso (e la procura ha aperto un inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, rimando ad altre più specifiche ed informate fonti per approfondimenti).
Premetto di non avere gli strumenti e la formazione adeguati per lanciarmi in un epitaffio degno di tale nome, ma la sua esperienza personale e poetica hanno spesso intrecciato la mia nel corso degli ultimi due anni. Uno di quegli scrittori per i quali questa definizione sarebbe riduttiva e suonerebbe, a tratti, quasi un insulto.
Risveglia, disse Curi. Interrompe bruscamente l’avanguardia, stravolge l’ordine borghese della cultura, apocalitticamente spegne il mondo. E ne inizia un altro, diverso, più interessante, meno consolatorio, forse, ma sicuramente più coinvolgente. Crolla la borghesia, e crolla il tessuto linguistico. La sintassi, dopo anni di cacofoniche avanguardie futuriste, si complica e si rende di difficile intelligenza. Le parole, prima di veicolare contenuto, divengono finalmente specchio di se stesse, significanti gettati nella pagina con l’obiettivo di “Worte zu finden” (trovare parole), l’unico stimolo che l’uomo prova di fronte al visibile. Tutto è poesia. Niente lo è.
Con Sanguineti, finalmente, non avemmo più nulla da invidiare a Brecht: anche noi avevamo chi, praticando straniamento e verificabilità come dogmi, trasformava “un piccolo fatto fresco di giornata” in un insieme di parole “memorabili”, suscitando la nostra attenzione senza troppo coinvolgerci. 

E se non avessi sentito, quasi per sbaglio, il notiziario all’ora di pranzo, non avrei saputo che Sanguineti non potrà più praticare poesie – però son giorni che mi sorbisco funerali di Stato di militari e personaggi televisivi di dubbio calibro, perdìo!
Purtroppo, nella nostra Italia, non riusciamo davvero più a distinguere gli eroi dai mercenari, gli uomini degni dagli indegni.
Non riusciamo ad esser fieri neanche di un poeta.

La poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell’articolo di Fortini che chiacchiera
della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il “Corriere” dell’11,
lunedì, e che ha per titolo, appunto, «perché è difficile scrivere chiaro” (e che
dice persino, ahimè, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle, in fondo):
perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire,
questa volta, lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile

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