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Archive for marzo 2010

“Alexanderplatz, auf wiedehrsen, c’era la neve, faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera. Vengo con te”

Succede di questo: si torna da Berlino e si riprende la vita di sempre come se nulla fosse, la gente intorno a te quasi insensibile al (tuo) trauma da rientro, con l’omìno della pubblicità della Costa Crociere che fa capolino dallo schermo e con le mani alzate, espressione arresa fa: “Scusa, sto zitto. Non mi lamento più”.
Fa ‘na sega una crociera rispetto ai cinque giorni appena trascorsi in terra crucca. “E-veramente” – per citare l’attacco di “Tempi bui” di ministrica memoria. E pure loro, i Ministri, dico, hanno urlato il loro goliardico “presente!” all’appello immaginario dei partecipanti al viaggio perfetto. Per ben due sere a tenerci compagnia, prima al Kulturbrauerai (ciò che di più vicino al paradiso si potesse aspirare in freddi ed innevati giorni tedeschi), poi al White Trash, che, a dispetto del nome, tradiva le aspettative di un luogo da sfascioni. Birra e sambuca a fiumi, per rendere onore ai nostri ospiti ma, se volete, anche un po’ alle nostre radici.
Come son solita affermare in queste situazioni, sarebbe impossibile riuscire a restituire con parole il turbine di emozioni ed esperienze e conoscenze che si son fatte, eppure una schematizzazione assai poco letteraria ma quanto mai utile potrebbe fornirci la risposta all’esigenza sopra dichiarata:
1)Ho scoperto il trionfo di sapori che si nasconde dietro ad un Kebab – il più buono che abbia mai mangiato, di fronte alla torre ad Alexanderplatz.
2)Ho capito che passeggiare per una Berlino imbiancata ed inzuppata può risultare spiacevole – e pensare che qualche giorno fa mi profusi in parole di elogio alla neve.
3)Ho potuto constatare che il popolo tedesco è, con ogni probabilità, quello che ha risposto in maniera più idonea alla crisi del dopo guerra. Ho visto che, nonostante il gravoso fardello di colpevolezza più che giustamente affibbiatogli, i crucchi son riusciti a scrollarsi di dosso la polvere del passato, senza nascondersi dietro improbabili giustificazioni e senza piegarsi alla connivenza di un mortifero andazzo europeo. Sono riusciti a restituire ad Abramo ciò ch’era d’Abramo (anche qui, senza troppo esagerare, ché si sa gli si dà un dito…), e ad Odino ciò ch’è d’Odino – se sono riuscita a spiegarmi.
4)Ho provato vergogna per le insulse polemiche lanciate da qualche amministrazione fascistizzante romana di fronte alla neocostruzione dell’Ara Pacis, in vetro trasparente ultramoderna, quando ho visto la Chiesa della Rimembranza su Kurfustendamstrasse semidistrutta e attorniata da edifici di vetro dal sapore anche vagamente esotico, eppure in perfetta sintonia con il resto, o di fronte alla cupola del Reichstag, svettante da una previa costruzione di un secolo almeno più antica.
5)Non ho avuto paura a girare di notte solo in compagnia di una mia coetanea, perché in Germania anche gli Hooligans si alzano sul tram per far sedere una ragazza (!).
6)Ho letto “Il Manifesto del Partito Comunista” in braccio a zio Marx.
7)Ho incontrato un curiosissimo abitante di Piacenza che, inspiegabilmente, è risultato essere tifoso della Lazio e ho capito che, per quanto si sforzi, una persona proveniente da una regione diversa dal Lazio è fonologicamente impossibilitata alla riproduzione dell’intonazione romana – in accordo con le teoria sull’italiano regionale che stanno tanto a cuore al professor Vignuzzi.
8)Ho riscontrato in me delle capacità sovrannaturali non indifferenti: tornare dall’aeroporto alle due di notte, alzarsi alle sette e farsi la traversata di Roma non mi ha impedito di riscuotere l’ultimo 30 e lode della sessione – aggiungerei, avendo studiato unicamente durante il viaggio di ritorno.
9)Ho capito il vero significato della frase: “Paris est toujours Paris. Berlin n’est jamais Berlin”.
10)Ho constatato che neanche dieci punti chiave basterebbero per dire tutto quanto c’è da dire intorno alla capitale tedesca.

Non posso che chiudere congratulandomi con chi, in codesto periodo, s’è laureato – ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è volutamente non casuale – e ringraziando tutte quelle persone che, seppur virtualmente, son state presenti in quei freddi, grigi, tedeschi giorni di fine inverno.

P.S. In ultima analisi, dopo questa viaggio son sempre più convinta che da grande voglio fare Marlene Dietrich. E che non ci sarebbe potuta essere lettura migliore de “La scopa del sistema” per cullarmi al rientro.

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Ovvero: delle strane abitudini della Mutter.

[Roma, 01 marzo 2010 h: 13.53]

Che poi io mi chiedo se possa ridursi a questo la vita matrimoniale.
“E’ più complessa de così”, direbbe il triste tipo che tentò d’abbordarmi all’artistico circolo, venendo ripagato con la sua stessa moneta e/o con compassionevoli rifiuti.

Ieri sera me ne stavo sdraiata sul divo in camera da pranzo, di fronte al posticipo di campionato, a tratti rosicando per l’ingrata vista di Delio Rossi sulla panchina del Palermo e infastidita dalla dolorosa visione di Liverani con la maglia rosa – immagine che, sebbene siano passati anni, non riesco ancora del tutto a fare mia, cristoddio.
Accanto a me, El Faaab, stimabile padre, degno marito dicono, ma affetto da preoccupanti attacchi di narcolessia. Uomo distrutto dalla stanchezza durante la settimana, ma che, inspiegabilmente, riesce a trovare soporifero qualsivoglia programma televisivo del dopo cena anche nelle giornate di nullafacenza quali risultano essere quelle della domenica – addirittura quando gioca la sua adorata (sic.) Lazio s’abbiocca con fulminei e preoccupanti cali di veglia.
Tant’è, anche ieri sera lasciava ciondolare la testa come i neonati, sbattendo clamorosamente per di più la nuca contro la parte alta della spalliera del suddetto divano. Bestemmiando, logico. Maledicendo la birra bevuta a cena, colpevolizzandola come fosse stata la pozione indegnamente somministratagli per indurlo contro la sua volontà al sonno – con buona pace dello stupore mio e della Mutter, s’intende.
Niente. Sullo schermo ventidue idioti appresso ad un pallone, la tifoseria gobba che non smetteva di cantare, Delio Rossi che ciancicava gomme da masticare assomigliando sempre più a Popeye, ingredienti di una partita che, a dispetto delle aspettative, non emozionava in particolar modo. Lui, dal canto suo, russava fastidiosamente.
Mutter alla mia destra troneggiava sulla poltrona, mordendosi le unghie al suo solito, abitudine che nell’ultimo periodo è andata viepiù accentuandosi vista anche la drastica riduzione di nicotina che il suo corpo sta registrando dal primo di gennaio.
Staccava un pezzettino d’unghia e si sporgeva oltre il mio corpo, separé piuttosto scomodo se il tuo intento è spiare cosa sta avvenendo dall’altra parte del divano. E lo fissava. Lo fissava. Continuava incessantemente a fissare El Faaab mentre il poveraccio dormiva. Poi, all’apice d’un fastidio che ancora non riuscivo a capire da cosa o da chi provenisse, mi dà di gomito, richiama la mia attenzione schioccando le dita dell’unica mano ancora indenne alla sua onicofagia. Mi volto verso di lei. Alza il mento in direzione del pater familias, lo indica, vuole che io lo guardi a mia volta.
Mi giro ed il Faaab continua a sonnecchiare, sbuffando aria dalla bocca, spingendo in fuori le labbra.
La scena appena descritta si è ripetuta Iddio solo sa quante altre volte e quante altre ancora in precedenza è già successo. Lui ronfa. Io guardo la partita. Mia madre lo spia, mi fa cenno, pretende che io condivida. Fine. Again and again.

Il punto, ora, è: perché la Mutter, cazzo, si mette lì, impegnando la sua serata che potrebbe piacevolmente trascorrere in qualsivoglia altra gustosa maniera, guarda l’uomo che ha sposato, coinvolgendo la figlia nell’atto e, infine, anche accusandolo (dico, accusandolo!) di dormire quando questi si sveglia di soprassalto, va a letto anche un po’ col culo girato? Cos’è ‘sta mania da voyeur che ha sviluppato nell’ultimo periodo? E cosa succederebbe se, per una cazzo di sera, El Faaab rimanesse sveglio, cosciente e arzillo, mettendocelo nel celeberrimo posto a tutte e due?

Finale a sorpresa: durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo della partita, si ridesta, e, telecomando alla mano, cambia canale, piazzandoci tutti davanti alle olimpiadi di Vancouver. La donna, rottosi ormai il giochino, se ne va in camera sua a smanettare al computer. Io, nel mio cantuccio rannicchiata, attendo che riprenda la partita. Ma, meraviglia!, El Faaab si riaddormenta, telecomando alla mano, sempre. Rimane così mezz’ora, la televisione che esalta l’oro italiano nello slalom, mentre io, rosicando perché m’era impossibile cambiare canale, mi butto a letto.
Solo stamattina ho scoperto che ha vinto il Palermo. Cazzo, per una volta che trionfa la squadra per cui tifo.

* “Rear window” (“La finestra sul cortile”) di Alfred Hitchcock 

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