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Archive for the ‘Sister-landia’ Category

“Tagliato fuori. Sono completamente tagliato fuori”, recitava il buon Claudio Santamaria nei panni di Penthotal in “Paz!”. Così mi sento, il più delle volte.

In questo caso, guardandomi intorno, non comprendevo perché tutti parlassero de I Cani, perché tutti ascoltassero I Cani, perché tutti andassero ai loro concerti. Anche El Faaab, ieri, mi perculava: “Perché, non hai mai sentito quelli che cantano co’ ‘na bbusta ‘n testa?”. In realtà, c’ho messo anche un po’ a capire che fossero un gruppo musicale, ma quello perché son ritardata io, mica per altro.

Poi, un giorno, l’epifania. Ascolto svogliatamente “Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani”, un anno in ritardo rispetto al reale esordio , abbandonata sul letto ad un pisolino pomeridiano che ritardavo a schiacciare. Ascolto qualcosa, ma non presto veramente attenzione – come mio solito, e pure questo è perché son figlia della snack-culture, mica per altro. Non mi colpiscono, a sprazzi stucchevoli, solita gente che sputa nel piatto dove mangia, giunti al successo dal solito passaparola in rete di amici che taggano amici, che ti rimangono in testa per quei due accordi in croce, che criticano gli altri senza accorgersi di essere gli altri, fanno scattare l’allarme anti-indie contro quel semplicismo parossistico a tratti – l’indie che, invece,  giustificherebbe I Cani perché ancora non mainstream (e, off topic, mi domando quand’è che l’indie ha cominciato a scocciarci davvero).

Ci son tornata ieri, e m’è toccato ammettere che non posso avere sempre ragione, soprattutto di primo acchitto: esprimono un beat nuovo, non frequentemente sentito – se non in qualche esperimento dei tanto bistrattati ’90 -, si definiscono una qualsiasi pop band romana, ma c’è in loro qualche vena post-punk all’Offlaga Disco Pax che è difficile celare, e che poi, in fondo, è ciò che davvero attrae. Lungi dal diventare il mio gruppo preferito, al momento scalano la classifica delle mie fisse attuali, e mi ritrovo a canticchiarli, maledicendo il giorno che l’ho sentiti. 

Qualche riserva continuavo a nutrirlo sui testi. Lo faccio presente all’òmo.
S – Mmh. Lo sai, da nerd d’italianistica, non posso non prestare attenzione al testo.
A – E…?
S – E non lo so, m’infastidiscono a tratti. Non li sopporto. Con questi appigli facili alla retorica contemporanea, con questi ammiccamenti alla generazione del XXI secolo. Con queste protagoniste da aperitivo a Monti, dedite a racconti che non pubblicano, che cazzeggiano su fèisbuk, che minacciano i genitori di andarsene appena laureate per lavorare all’estero, ma alla fine si devono attaccare alla fava e rimangono al Pigneto a leggere David Foster Wallace…
A – Ok. Praticamente te. Quindi?

Quindi aveva ragione l’òmo. Non li sopportavo perché, mettetela come vi pare, sfruttano un po’ l’immagine che proietta ognuno di noi sulla società – e non ci credo a quelli che si difendono puntando il dito altrove, eccezion fatta per la sister che è davvero l’unico esemplare non citato nel variegato elenco d’umanità disturbato nei lirycs. E questo infastidisce, al punto che al termine del primo ponderato ascolto m’era salita una rabbia inconsulta contro me stessa, e contro certi aspetti che per la prima volta notavo esser e stigmatizzabili in quanto stereotipati.

Non posso essere più precisa e mi rendo conto di non essere riuscita a fornire un’indicazione esaustiva, né d’aver realizzato davvero una recensione.
Mi sto incazzando di nuovo, fra le altre cose.
Vado ad ascoltare I Cani. Fatelo anche voi, senza prendervi troppo sul serio.

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Sister – Sa’… esco.
S. – Brava.
Sister – …
S. – …
Sister – Credo che passerò a comprare la spuma per i capelli…
S. – Brava.
Sister – No, non hai capito. Devi darmi i soldi.
S. – E perché?!
Sister – Perché te la bevi, cazzo! L’hai finita tutta te e non sganci mai un centesimo!
S. – …
Sister – Oh… hai capito?
S. – No, sei tu che non hai capito che non ti dò un centesimo.
Sister – Dai, oh, sei una stronza!
S. – Già.
Sister – ‘fanculo, allora. Me ne vado.
S. – Se te riesce, nun torna’!

Morale della favola: che cosa non tocca fare per abituare una sorella all’ingiustizia sociale. E’ così. Non è che quando hai bisogno di soldi, li chiedi e li ottieni. No, no. Non funziona in questo modo. E neanche puoi sfilarmeli di tasca mentre non me ne accorgo. No, no. Male che va, accendi un mutuo quindicennale da dieci centesimi al giorno. Oppure, comincia a lavorare*. Hai quindici anni. Secondo Brunetta, è ora che ti togli dalle palle.

*Almeno, se non ti chiami Silvio. Altrimenti, fai il cazzo che ti pare e poi dichiarati “legittimamente impedito” quando devi comparire in giudizio. Dice che in Europa lo fan tutti.

Mia sorella, comunque, non si chiama Silvia. Zitta e paga.

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