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Archive for the ‘David Foster Wallace’ Category

“Tagliato fuori. Sono completamente tagliato fuori”, recitava il buon Claudio Santamaria nei panni di Penthotal in “Paz!”. Così mi sento, il più delle volte.

In questo caso, guardandomi intorno, non comprendevo perché tutti parlassero de I Cani, perché tutti ascoltassero I Cani, perché tutti andassero ai loro concerti. Anche El Faaab, ieri, mi perculava: “Perché, non hai mai sentito quelli che cantano co’ ‘na bbusta ‘n testa?”. In realtà, c’ho messo anche un po’ a capire che fossero un gruppo musicale, ma quello perché son ritardata io, mica per altro.

Poi, un giorno, l’epifania. Ascolto svogliatamente “Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani”, un anno in ritardo rispetto al reale esordio , abbandonata sul letto ad un pisolino pomeridiano che ritardavo a schiacciare. Ascolto qualcosa, ma non presto veramente attenzione – come mio solito, e pure questo è perché son figlia della snack-culture, mica per altro. Non mi colpiscono, a sprazzi stucchevoli, solita gente che sputa nel piatto dove mangia, giunti al successo dal solito passaparola in rete di amici che taggano amici, che ti rimangono in testa per quei due accordi in croce, che criticano gli altri senza accorgersi di essere gli altri, fanno scattare l’allarme anti-indie contro quel semplicismo parossistico a tratti – l’indie che, invece,  giustificherebbe I Cani perché ancora non mainstream (e, off topic, mi domando quand’è che l’indie ha cominciato a scocciarci davvero).

Ci son tornata ieri, e m’è toccato ammettere che non posso avere sempre ragione, soprattutto di primo acchitto: esprimono un beat nuovo, non frequentemente sentito – se non in qualche esperimento dei tanto bistrattati ’90 -, si definiscono una qualsiasi pop band romana, ma c’è in loro qualche vena post-punk all’Offlaga Disco Pax che è difficile celare, e che poi, in fondo, è ciò che davvero attrae. Lungi dal diventare il mio gruppo preferito, al momento scalano la classifica delle mie fisse attuali, e mi ritrovo a canticchiarli, maledicendo il giorno che l’ho sentiti. 

Qualche riserva continuavo a nutrirlo sui testi. Lo faccio presente all’òmo.
S – Mmh. Lo sai, da nerd d’italianistica, non posso non prestare attenzione al testo.
A – E…?
S – E non lo so, m’infastidiscono a tratti. Non li sopporto. Con questi appigli facili alla retorica contemporanea, con questi ammiccamenti alla generazione del XXI secolo. Con queste protagoniste da aperitivo a Monti, dedite a racconti che non pubblicano, che cazzeggiano su fèisbuk, che minacciano i genitori di andarsene appena laureate per lavorare all’estero, ma alla fine si devono attaccare alla fava e rimangono al Pigneto a leggere David Foster Wallace…
A – Ok. Praticamente te. Quindi?

Quindi aveva ragione l’òmo. Non li sopportavo perché, mettetela come vi pare, sfruttano un po’ l’immagine che proietta ognuno di noi sulla società – e non ci credo a quelli che si difendono puntando il dito altrove, eccezion fatta per la sister che è davvero l’unico esemplare non citato nel variegato elenco d’umanità disturbato nei lirycs. E questo infastidisce, al punto che al termine del primo ponderato ascolto m’era salita una rabbia inconsulta contro me stessa, e contro certi aspetti che per la prima volta notavo esser e stigmatizzabili in quanto stereotipati.

Non posso essere più precisa e mi rendo conto di non essere riuscita a fornire un’indicazione esaustiva, né d’aver realizzato davvero una recensione.
Mi sto incazzando di nuovo, fra le altre cose.
Vado ad ascoltare I Cani. Fatelo anche voi, senza prendervi troppo sul serio.

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Ovvero, per una lettrice indefessa di 21 anni è impossibile convivere con l’idea della morte.

Scrivo poco e scrivo male. In questi giorni sono assai angosciata da una ferale idea di morte che proprio non vuole sapere di abbandonarmi ad un po’ di serenità. Ma è una sensazione ciclica, alla fine ci si fa l’abitudine.

L’ultimo pensiero al riguardo mi ha colpita l’altro giorno, mentre pranzavo a casa dell’uomo – momento che, per definizione, dovrebbe essere sereno/dolce/amorevole/sentimentale/romantico, ma che faticava a diventare tale. Ho riflettuto su una condizione nient’affatto rassicurante, ho fatto un calcolo di probabilità ed effettivamente quanto ipotizzato, ho concluso, potrebbe quasi certamente verisficarsi (l’uso del condizionale non mi salva dall’ineluttabilità dell’assunto): potrei morire mentre sto leggendo un libro. Mi spiego meglio. Non intedo dire che potrei morire “nell’atto di” leggere un libro – il che sarebbe altamente poetico, è vero -, ma piuttosto che potrei morire senza aver portato a termine il volume che sto leggendo – che sembra assai meno raffinato. Insomma, potrei non arrivare a sapere mai come va a finire “La confraternita dell’uva” o “Verso Occidente l’impero dirige il suo corso”. E sì, è un problema, perché morire col rodimento di culo, e mandare a ‘fanculo il Grande Ebreo dei Cieli accusandolo per la tempistica del cazzo potrebbe risultare un problema in termini di Giudizio Universale e Pene da Espiare (che non son poche neanche così).

Potrei morire e non sapere come finisce un libro. Morirò – e questo è certo – e non conoscerò mai tutti i libri, ed i film e le canzoni e le opere d’arte che verranno prodotte dopo il mio decesso. L’arte progredirà ed io non la conoscerò. Ma questo, forse, è un altro pensiero (quasi citando indegnamente Lucarelli).

E l’uomo, ovvero colui il quale dovrebbe cercare di rassicurarmi e fornirmi ragioni di mera sopravvivenza, quando ha ascoltato la spiegazione della causa della mia angoscia dell’ultimo periodo, ha avuto solo la prontezza cinica di rispondermi:
“Amo’, questo è il bello del gioco!”
D’altronde, non posso lamentarmi. Me lo sono scelto. Cinica lei, cinico lui.

Con estrema indelicatezza, ieri ho chiesto ad Irocka di intervenire in tal senso:
S. – Amo’, ti prego, se dovessi morire senza riuscire a finire il libro che sto leggendo, ti pregherei di finirmelo di leggere tu, vicino alla tomba che per forza di cosa mi costruiranno, avendo io una famiglia alla quale dare delle risposte.
I. – Che carina che sei! Che bel pensiero per me!
S. – …
I. – Smettila.
S. – No, amo’, dico sul serio, vabbè che non ci credo a ‘sta questione della vita dopo la morte, vabbè che tanto non avrò più coscienza né di quello che accade a voi vivi, né tantomeno avrò più un corpo…
I. – Hai preso in considerazione questa storia della cremazione?
S. – Sì, appunto. Non avrò un corpo. Non avrò tanto meno un’anima o una mente. E anche ammesso che, invece, tutto questo continuerà ad esserci, conoscendomi non riuscirò comunque a ricordarmi l’inizio del libro che stavo leggendo, perciò non riuscirò a starti appresso e non potrò neanche fartelo sapere, maledizione!
I. – Quindi, che devo fa’?
S. – …
I. – …
S. – No, vabbè, pe’ nun sbajasse, leggimelo lo stesso.

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“Alexanderplatz, auf wiedehrsen, c’era la neve, faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera. Vengo con te”

Succede di questo: si torna da Berlino e si riprende la vita di sempre come se nulla fosse, la gente intorno a te quasi insensibile al (tuo) trauma da rientro, con l’omìno della pubblicità della Costa Crociere che fa capolino dallo schermo e con le mani alzate, espressione arresa fa: “Scusa, sto zitto. Non mi lamento più”.
Fa ‘na sega una crociera rispetto ai cinque giorni appena trascorsi in terra crucca. “E-veramente” – per citare l’attacco di “Tempi bui” di ministrica memoria. E pure loro, i Ministri, dico, hanno urlato il loro goliardico “presente!” all’appello immaginario dei partecipanti al viaggio perfetto. Per ben due sere a tenerci compagnia, prima al Kulturbrauerai (ciò che di più vicino al paradiso si potesse aspirare in freddi ed innevati giorni tedeschi), poi al White Trash, che, a dispetto del nome, tradiva le aspettative di un luogo da sfascioni. Birra e sambuca a fiumi, per rendere onore ai nostri ospiti ma, se volete, anche un po’ alle nostre radici.
Come son solita affermare in queste situazioni, sarebbe impossibile riuscire a restituire con parole il turbine di emozioni ed esperienze e conoscenze che si son fatte, eppure una schematizzazione assai poco letteraria ma quanto mai utile potrebbe fornirci la risposta all’esigenza sopra dichiarata:
1)Ho scoperto il trionfo di sapori che si nasconde dietro ad un Kebab – il più buono che abbia mai mangiato, di fronte alla torre ad Alexanderplatz.
2)Ho capito che passeggiare per una Berlino imbiancata ed inzuppata può risultare spiacevole – e pensare che qualche giorno fa mi profusi in parole di elogio alla neve.
3)Ho potuto constatare che il popolo tedesco è, con ogni probabilità, quello che ha risposto in maniera più idonea alla crisi del dopo guerra. Ho visto che, nonostante il gravoso fardello di colpevolezza più che giustamente affibbiatogli, i crucchi son riusciti a scrollarsi di dosso la polvere del passato, senza nascondersi dietro improbabili giustificazioni e senza piegarsi alla connivenza di un mortifero andazzo europeo. Sono riusciti a restituire ad Abramo ciò ch’era d’Abramo (anche qui, senza troppo esagerare, ché si sa gli si dà un dito…), e ad Odino ciò ch’è d’Odino – se sono riuscita a spiegarmi.
4)Ho provato vergogna per le insulse polemiche lanciate da qualche amministrazione fascistizzante romana di fronte alla neocostruzione dell’Ara Pacis, in vetro trasparente ultramoderna, quando ho visto la Chiesa della Rimembranza su Kurfustendamstrasse semidistrutta e attorniata da edifici di vetro dal sapore anche vagamente esotico, eppure in perfetta sintonia con il resto, o di fronte alla cupola del Reichstag, svettante da una previa costruzione di un secolo almeno più antica.
5)Non ho avuto paura a girare di notte solo in compagnia di una mia coetanea, perché in Germania anche gli Hooligans si alzano sul tram per far sedere una ragazza (!).
6)Ho letto “Il Manifesto del Partito Comunista” in braccio a zio Marx.
7)Ho incontrato un curiosissimo abitante di Piacenza che, inspiegabilmente, è risultato essere tifoso della Lazio e ho capito che, per quanto si sforzi, una persona proveniente da una regione diversa dal Lazio è fonologicamente impossibilitata alla riproduzione dell’intonazione romana – in accordo con le teoria sull’italiano regionale che stanno tanto a cuore al professor Vignuzzi.
8)Ho riscontrato in me delle capacità sovrannaturali non indifferenti: tornare dall’aeroporto alle due di notte, alzarsi alle sette e farsi la traversata di Roma non mi ha impedito di riscuotere l’ultimo 30 e lode della sessione – aggiungerei, avendo studiato unicamente durante il viaggio di ritorno.
9)Ho capito il vero significato della frase: “Paris est toujours Paris. Berlin n’est jamais Berlin”.
10)Ho constatato che neanche dieci punti chiave basterebbero per dire tutto quanto c’è da dire intorno alla capitale tedesca.

Non posso che chiudere congratulandomi con chi, in codesto periodo, s’è laureato – ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è volutamente non casuale – e ringraziando tutte quelle persone che, seppur virtualmente, son state presenti in quei freddi, grigi, tedeschi giorni di fine inverno.

P.S. In ultima analisi, dopo questa viaggio son sempre più convinta che da grande voglio fare Marlene Dietrich. E che non ci sarebbe potuta essere lettura migliore de “La scopa del sistema” per cullarmi al rientro.

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