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Archive for maggio 2010

Mi trovo a riflettere sulla tempestività di certe morti. Ci vuole coraggio, a volte. Non bastano meri fattori biologici a stroncare un’esistenza. A mio parere, ci sono alcune persone che aspettano il momento topico per spegnersi, lasciando alle spalle una scia di surreale che brilla a lungo.
Questo, per altro, sembra essere un periodo storico idoneo per morire – essendo, di base, un periodo storico privo a tratti di “storicità” -, soprattutto per chi decide che vuole campare di scrittura o d’informazione.
A breve, ci metteranno il bavaglio.
A breve, Santoro verrà sfanculato/sfanculerà da RaiDue – e, al di là della personale idiosincrasia che nutro nei confronti della sua persona, potrebbe addirittura essere rimpianto, de ‘sti tempi!
A breve, se non ci sbrighiamo a prestare attenzione alla sua voce, rimpiangeremo anche la possibilità di ascoltare Gianni Minà (e, attenzione, non gliela sto in alcun modo tirando – anzi, chi può si gratti –, sto solo stigmatizzando la ghettizzazione di quello che considero uno dei migliori giornalisti italiani viventi, Cristo!).

A breve, temo che verrà dimenticato anche il fautore del risveglio di una certa Italia (diversa dall’Italietta), colui il quale ha rifondato completamente il significato del termine “novissimo”: Edoardo Sanguineti, venuto a mancare il 18 maggio scorso (e la procura ha aperto un inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, rimando ad altre più specifiche ed informate fonti per approfondimenti).
Premetto di non avere gli strumenti e la formazione adeguati per lanciarmi in un epitaffio degno di tale nome, ma la sua esperienza personale e poetica hanno spesso intrecciato la mia nel corso degli ultimi due anni. Uno di quegli scrittori per i quali questa definizione sarebbe riduttiva e suonerebbe, a tratti, quasi un insulto.
Risveglia, disse Curi. Interrompe bruscamente l’avanguardia, stravolge l’ordine borghese della cultura, apocalitticamente spegne il mondo. E ne inizia un altro, diverso, più interessante, meno consolatorio, forse, ma sicuramente più coinvolgente. Crolla la borghesia, e crolla il tessuto linguistico. La sintassi, dopo anni di cacofoniche avanguardie futuriste, si complica e si rende di difficile intelligenza. Le parole, prima di veicolare contenuto, divengono finalmente specchio di se stesse, significanti gettati nella pagina con l’obiettivo di “Worte zu finden” (trovare parole), l’unico stimolo che l’uomo prova di fronte al visibile. Tutto è poesia. Niente lo è.
Con Sanguineti, finalmente, non avemmo più nulla da invidiare a Brecht: anche noi avevamo chi, praticando straniamento e verificabilità come dogmi, trasformava “un piccolo fatto fresco di giornata” in un insieme di parole “memorabili”, suscitando la nostra attenzione senza troppo coinvolgerci. 

E se non avessi sentito, quasi per sbaglio, il notiziario all’ora di pranzo, non avrei saputo che Sanguineti non potrà più praticare poesie – però son giorni che mi sorbisco funerali di Stato di militari e personaggi televisivi di dubbio calibro, perdìo!
Purtroppo, nella nostra Italia, non riusciamo davvero più a distinguere gli eroi dai mercenari, gli uomini degni dagli indegni.
Non riusciamo ad esser fieri neanche di un poeta.

La poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell’articolo di Fortini che chiacchiera
della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il “Corriere” dell’11,
lunedì, e che ha per titolo, appunto, «perché è difficile scrivere chiaro” (e che
dice persino, ahimè, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle, in fondo):
perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire,
questa volta, lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile

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M&M: mondo&merda.

Il mondo, a volte, ti taglia fuori. È incurante ed appassionatamente egocentrico, ma pensando d’essere nel giusto, prosegue. Fortuna ha voluto che nascessi con un egoismo più grande dello stesso mondo sopracitato, e fino ad ora me la sono cavata. Eppure, ci sono giorni in cui il mondo ha voglia di addossarti più colpe di quante ne vengano affibbiate ad un brufoloso e macronasocentrico adolescente ebreo pre bar-mizvah. In quei giorni, il mondo si sveglia con la voglia di liberarsi dalle proprie paure, scaricandoti in modo inclemente sui piedi palate di merda fumante, come a dire: “Tiè, mo sciusciatela te!”.

Comincio a credere che più che egoista, sarei dovuta nascere coprofaga.

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Lo ammetto: ieri avevo tutta l’intenzione di andare allo stadio.
Lo ammetto: prima che iniziasse la partita credevo che, tutto sommato, perdere contro l’Inter in questo momento storico non potesse essere poi così negativo – e sì che tendo a non vedere mai il bicchiere mezzo pieno, eh!
Ma poi, com’è come non è, l’arbitro fischia l’inizio della partita, vedi queste 22 teste di cazzo schierate in campo, distingui nettamente le due maglie, capisci che c’è un nugolo di milanesi (e terroni, come no!) che riposa sugli allori per meriti che, se dobbiamo esser sinceri, non sono neanche tutti loro, e ti dici: ma che cazzo sto affà! Ti insulti, ti senti una cretina al pensiero di esserti illusa, immaginandoti a tifare Inter (o a gufare la tua squadra, che forse è anche peggio), ti rimproveri questa caduta di incoerenza intellettuale e ti senti assai poco orgogliosa dei tuoi sentimenti originari.
Ma credo di esser stata l’unica, o giù di lì.
Non credevo che saremmo arrivati così in basso, non pensavo che una tifoseria potesse insultare un portiere perché – perdìo faccio anche fatica a dirlo! – si ritrova a parare ogni attacco della squadra avversaria durante tutto il primo tempo. Non mi sarebbe passato neanche nell’anticamera del cervello che gente che ama definirsi “tifosa” – forse, nel senso che c’ha il tifo! – potesse recarsi allo stadio con tanto di striscioni preconfezionati inneggianti alla squadra avversaria, artefice di sfottò che vedono se stessa come vittima – il metacalcio, cazzo!
Non puoi venirmi a dire, finto laziale, che l’insofferenza nei confronti dei cugini possa essere così asfissiante da impedirti d’urlare di sbrigarsi a Julio Cesar che temporeggia col pallone in mano – ché poi dev’essere l’arbitro ad incitarlo, non s’è mai visto! E non ho forze, giuro, e mi manca la faccia di ripetere il comportamento da conigli visto ieri sera. E mi dissocio, ovviamente. E dico che questa è la gente che meriterebbe di andare in B.

Lo ammetto (sembro non fare altro dall’inizio di questo post), non sopporto i romanisti, non li ho mai sopportati e potrei continuare a non farlo in secula seculorum. Non potrei neanche immaginare cosa significherebbe se l’A.S. Roma finisse davvero il campionato in cima alla classifica di Serie A, ma credo che, qualsiasi cosa accadesse, non riuscirei comunque a sostenerla (senza considerare che, come non avrei sopportato il sorriso trionfale giallorosso, figurarsi le accuse di vigliaccheria e mancanza d’orgoglio!). È quello stesso tipo di insofferenza che subentra fisiologicamente tra un cane ed un gatto – nessuno ha mai detto al felino che avrebbe dovuto odiare il canide, tout court, eppure lo fa da millenni. Se penso ad un romanista, sorge spontaneo quello stesso pruder di mani che mi pizzica quando vedo il faccione di certi esponenti politici in televisione. Eppure, come ormai vado ripetendo da settimane, una persona, un’identità non può costruirsi solo sull’opposizione ostinata contro un nemico che, spesse volte, è poco più che immaginario. Un’idea si costruisce sempre in positivo, non in assoluto, certamente, ma nel pieno rispetto del confronto col relativo. Un amore non può nascere solo come risposta invidiosa ad un odio incontrastato, non può piegarsi di fronte ad esigenze esterne, non può crollare per stupide ed infondate paure.

In conclusione, non posso sapere come si concluderà il campionato 2009/2010. Ma so che, ad oggi, poco o nulla distingue Lotito e ‘sti dementi. E certi insulti, concedetemelo, ce li meritiamo tutti. Buffoni!

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