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Posts Tagged ‘Silvio Berlusconi’

Sarà, ma io continuo a rintracciare preoccupanti analogie tra Silvio e Benito.

Oh, possibile che mi sbagli, e che sia vittima di un’autoinduzione debilitante, ma, tralasciando le più evidenti somiglianze estetiche (che accomunano, per altro, anche il dott. Sallusti ed il dott. Minzolini/Scodinzolini), i pigli autoritaristici quando non ingiustificabili per lo meno imbarazzanti, e la comunione d’obiettivi che spesso i due sembrano aver condiviso, mi soffermerei sulla passione/ossessione che i suddetti nutrono nei confronti delle “femmine”.
“Non cambio, mi piacciono le donne”, sembra aver risposto il premier a chi lo accusa di favoreggiamento della prostituzione, tanto più grave quando si sottintende l’interesse nei confronti di avvenenti piccole minorenni.
“Da Berlusconi ho avuto in regalo solo un gioiello, una collana di Damiani e 7000 euro in contanti. Lo ha fatto per aiutarmi, perché ero in difficoltà economiche e non avevo soldi per andare avanti”, ribatte l’innocente, puberale, ingenua Ruby (rubacuori). D’altronde, guardando gli scatti che la vedono protagonista, pur lasciando all’immaginazione forma e colore degli occhi a causa della censura, non si fa fatica ad indovinare che una così nella vita si troverà sempre in difficoltà. Sarà una, immagino, che arrancherà per trovare lavoro/compagno/soldi/successo/fedina penale pulita. Si sa, le belle donne con amicizie ai livelli alti hanno sempre incontrato discreti ostacoli da superare, sempre avuto un’esistenza difficile da condurre.
E penso che questi fatti, in sostanza, sono sempre accaduti.
Penso a Claretta Petacci, ventenne quando conobbe Benito Mussolini – che all’epoca ne aveva cinquanta. Penso alle “udienze” chieste da lei e concesse da lui, che lentamente si tramutarono in una vera e propria relazione extra coniugale. E penso che forse, all’epoca, anche questi piccoli, grandi scandali di queste piccole, grandi protagoniste conservavano la loro dignità: chissà se la tenera Ruby (o la dolce Noemi) avrebbe le palle di farsi appendere a Piazzale Loreto a gambe in giù, alla sinistra dell’uomo che le ha salvato la vita.

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“Fini puttana, l’hai fatto per la grana”.

 
Questa, la scritta che troneggiava sui muri del mio liceo di mussoliniana memoria, ai tempi in cui l’incompreso Gianfranco nazionale si aggirava per sinagoghe col capo coperto. E potrebbe essere riutilizzata anche dai fedeli seguaci del Pdl in questi giorni, direi.

Eppure, mi trovo a riflettere su questo: siamo un bel popolo di teste di cazzo, e ne sono sempre più convinta.
Riusciamo ad esaltarci, a tratti a commuoverci, ad immedesimarci, ad urlare “Yalla Fini!” in preda ad esaltazione quasi religiosa per un dissenso espresso in un congresso.
Comunque, al di là delle dovute esagerazioni, siamo un popolo in cui è sempre più evidente la crisi di valori che regna a sinistra, e la conseguente rimodificazione delle strategie a destra. Non riescono in alcun modo a smuoverci i ripetuti “Daaaaai, ragassi!” del lambruschiano Bersani – forse perché si comincia troppo a sentire puzza di D’Alema -, e allora tra di noi – noi, gente che di destra non è mai stata – ci si dice: “Be’, dai, finalmente qualcuno ha avuto le palle di andar contro al Premier”, “Be’, dai, alla fine Fini m’è sempre garbato”.
E sento che, in un periodo storico come questo, posso dare ragione al sovracitato Presidente del Consiglio: l’unico ideale che unisce noi, persone di sinistra (?), è l’anti-berlusconismo. E basta.
“Il comunismo è finito”, come disse quel partigiano del mio bisnonno, leggendo su “L’Unità” che si difendevano ladri e truffatori, in nome di un liberalismo borghese che lui non poteva in alcun modo sentire suo. E, dissidente avant la lettre, c’aveva preso. Di quell’antico ideale son forse rimasti la falce ed il martello sui simboli dei partiti, capaci solo di fare opposizione. Parlandoci chiaramente e fuori dai denti, non si sarebbe in grado di governare, si è troppo abituati ad avversare e ad opporsi, avendo come unico pensiero unificante l’insofferenza nei confronti di Una Persona.

E allora, ecco che se Fini si discosta dalla linea di partito, se dichiara inaccettabile il rifiuto di nutrire bambini in una scuola avanzato in seguito al mancato pagamento della rata della mensa in una scuola di Montecchio, si comincia a pensare che in Italia più a sinistra di Gianfranco c’è solo la sua mano sinistra (e stiamo parlando di uno che, a mio parere, non diventerebbe rosso neanche se si vergognasse). “Il nonno del Presidente della Camera era un militante di sinistra, cazzo!”, ed ecco che scompare il passato immerso nel Fronte della Gioventù, via gli esordi nel Movimento Sociale Italiano e poi Forza Nuova e Alleanza Nazionale, via dalla memoria tutte le frasi di incoerente fascismo pronunciate nel corso degli ultimi anni.

In Italia, c’è da dire, ci si esalta con poco: qualche parola contro Berlusconi, un pizzico di proposte sposabili dai catto-comunisti più illusi, e anche un eventuale accordo con Casini ci sembra una scelta dovuta e condivisibile.

Dio, quanto non sopporto ‘sta sinistra!

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Sperimentazioni letterarie della figura retorica dell’ironia.
Soggetto: Italia, amore mio.

Al solito, sorvolando sulle scontate polemiche che accompagnano l’evento più atteso (da chi, poi?) dell’anno, invio le mie più sentite congratulazioni al principe (di chi, poi?) Emanuele Filiberto per la sua invero assai meritata scalata sul podio.
Emanué, nun je dà retta a tutti quelli che vorrebbero infangare il tuo nome, ripescando vecchie e infantili polemiche, come quella del 2007 in cui, secondo le malevole voci di giornalisti corrotti, comunisti e repubblicani, avresti chiesto insieme a papà un risarcimento di 260 milioni di euro dal nostro Stato per danni morali!
E non dar retta a coloro i quali, pur di difendere quel cocainomane di Marco “Morgan” Castoldi, sbandierano ai quattro venti che appena quattro mesi fa hai ammesso di esser stato anche tu tossicodipendente. Ché poi si sa, no?, hai smesso. Vero?
Lascia fare che “Italia amore mio” aveva un testo che faceva rabbrividire i vivi e i morti (tipo quelli delle Guerre Mondiali), e che, insomma, lo dico sottovoce tra me e te, ché nessuno lo senta, c’è un motivo se sei principe e non cantante, e che la musica nella migliore delle definizioni potrebbe essere “inascoltabile”. Dà la colpa a Pupo, fidati. Scarica barile, ché noi italiani siamo abituati a voltar faccia – e questo non so se puoi saperlo, visto che, purtroppo, sei stato via così tanto.
E, detto tra noi, rispondi con un sorriso a chi avanza la battutina maliziosa: “Eh, t’è piaciuta talmente tanto ‘st’Italia che te sei sposato ‘na francese!”. Che ne sanno, loro, dell’amore, dell’orgoglio, del sentimento di patria.
La gente è cattiva, Emanué. E gli italiani, nello specifico, lo sono forse anche di più. Ricordati che t’accusarono di essere un pirata informatico, quando cercasti di chiudere un sito scomodo alla tua famiglia perché papà (benedetto ‘ndo se trova!) s’immischiò in quello scandalo tra mignotte e gioco d’azzardo a Campione d’Italia.
E diglielo, diglielo a questi malfidati mangiabambini che tu sei una persona, e papà è un’altra, che tu non c’entri nulla col traffico internazionale d’armi degli anni Settanta, e con l’assassinio gratuito e spregiudicato di quel ragazzo diciannovenne sulla barca. E la tessera numero 1621 della loggia massonica P2, alla quale appartenne anche il nostro presidente del Consiglio (emerito e stimato, vieppiù), era di papà, mica tua!
E sai che ti dico? Che papà aveva ragione quando disse che “questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi” che passano il loro tempo ad ascoltare le conversazioni altrui, “dei morti di fame che non hanno un soldo. Devono stare tutto il giorno ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna”. E c’aveva ragione pure quando disse che le leggi razziali sottoscritte dai suoi avi “non sono poi così terribili”. E che cristo! “È tempo che tu sappia di chi sei figlio”, diceva il grande Alberto Sordi in “Un Americano a Roma”.

Emanuè, va sereno verso la vittoria che t’attende. Ci siamo presi “Ballando con le stelle”, ci siamo acchiappati il sanremese festivàl, e dai che vinciamo anche le prossime elezioni! Così tocca fare, principe, bisogna assuefare l’italiano medio a votare monarchia.
Chè poi, qualcuno che dice “Mejo pochi che magnano, che tanti che rubbano” ancora c’è.

W Emanuele Filiberto di Savoia, Principe di Venezia!
W la monarchia!

… ‘ccodì!

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