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Archive for aprile 2010

“Fini puttana, l’hai fatto per la grana”.

 
Questa, la scritta che troneggiava sui muri del mio liceo di mussoliniana memoria, ai tempi in cui l’incompreso Gianfranco nazionale si aggirava per sinagoghe col capo coperto. E potrebbe essere riutilizzata anche dai fedeli seguaci del Pdl in questi giorni, direi.

Eppure, mi trovo a riflettere su questo: siamo un bel popolo di teste di cazzo, e ne sono sempre più convinta.
Riusciamo ad esaltarci, a tratti a commuoverci, ad immedesimarci, ad urlare “Yalla Fini!” in preda ad esaltazione quasi religiosa per un dissenso espresso in un congresso.
Comunque, al di là delle dovute esagerazioni, siamo un popolo in cui è sempre più evidente la crisi di valori che regna a sinistra, e la conseguente rimodificazione delle strategie a destra. Non riescono in alcun modo a smuoverci i ripetuti “Daaaaai, ragassi!” del lambruschiano Bersani – forse perché si comincia troppo a sentire puzza di D’Alema -, e allora tra di noi – noi, gente che di destra non è mai stata – ci si dice: “Be’, dai, finalmente qualcuno ha avuto le palle di andar contro al Premier”, “Be’, dai, alla fine Fini m’è sempre garbato”.
E sento che, in un periodo storico come questo, posso dare ragione al sovracitato Presidente del Consiglio: l’unico ideale che unisce noi, persone di sinistra (?), è l’anti-berlusconismo. E basta.
“Il comunismo è finito”, come disse quel partigiano del mio bisnonno, leggendo su “L’Unità” che si difendevano ladri e truffatori, in nome di un liberalismo borghese che lui non poteva in alcun modo sentire suo. E, dissidente avant la lettre, c’aveva preso. Di quell’antico ideale son forse rimasti la falce ed il martello sui simboli dei partiti, capaci solo di fare opposizione. Parlandoci chiaramente e fuori dai denti, non si sarebbe in grado di governare, si è troppo abituati ad avversare e ad opporsi, avendo come unico pensiero unificante l’insofferenza nei confronti di Una Persona.

E allora, ecco che se Fini si discosta dalla linea di partito, se dichiara inaccettabile il rifiuto di nutrire bambini in una scuola avanzato in seguito al mancato pagamento della rata della mensa in una scuola di Montecchio, si comincia a pensare che in Italia più a sinistra di Gianfranco c’è solo la sua mano sinistra (e stiamo parlando di uno che, a mio parere, non diventerebbe rosso neanche se si vergognasse). “Il nonno del Presidente della Camera era un militante di sinistra, cazzo!”, ed ecco che scompare il passato immerso nel Fronte della Gioventù, via gli esordi nel Movimento Sociale Italiano e poi Forza Nuova e Alleanza Nazionale, via dalla memoria tutte le frasi di incoerente fascismo pronunciate nel corso degli ultimi anni.

In Italia, c’è da dire, ci si esalta con poco: qualche parola contro Berlusconi, un pizzico di proposte sposabili dai catto-comunisti più illusi, e anche un eventuale accordo con Casini ci sembra una scelta dovuta e condivisibile.

Dio, quanto non sopporto ‘sta sinistra!

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Ovvero, per una lettrice indefessa di 21 anni è impossibile convivere con l’idea della morte.

Scrivo poco e scrivo male. In questi giorni sono assai angosciata da una ferale idea di morte che proprio non vuole sapere di abbandonarmi ad un po’ di serenità. Ma è una sensazione ciclica, alla fine ci si fa l’abitudine.

L’ultimo pensiero al riguardo mi ha colpita l’altro giorno, mentre pranzavo a casa dell’uomo – momento che, per definizione, dovrebbe essere sereno/dolce/amorevole/sentimentale/romantico, ma che faticava a diventare tale. Ho riflettuto su una condizione nient’affatto rassicurante, ho fatto un calcolo di probabilità ed effettivamente quanto ipotizzato, ho concluso, potrebbe quasi certamente verisficarsi (l’uso del condizionale non mi salva dall’ineluttabilità dell’assunto): potrei morire mentre sto leggendo un libro. Mi spiego meglio. Non intedo dire che potrei morire “nell’atto di” leggere un libro – il che sarebbe altamente poetico, è vero -, ma piuttosto che potrei morire senza aver portato a termine il volume che sto leggendo – che sembra assai meno raffinato. Insomma, potrei non arrivare a sapere mai come va a finire “La confraternita dell’uva” o “Verso Occidente l’impero dirige il suo corso”. E sì, è un problema, perché morire col rodimento di culo, e mandare a ‘fanculo il Grande Ebreo dei Cieli accusandolo per la tempistica del cazzo potrebbe risultare un problema in termini di Giudizio Universale e Pene da Espiare (che non son poche neanche così).

Potrei morire e non sapere come finisce un libro. Morirò – e questo è certo – e non conoscerò mai tutti i libri, ed i film e le canzoni e le opere d’arte che verranno prodotte dopo il mio decesso. L’arte progredirà ed io non la conoscerò. Ma questo, forse, è un altro pensiero (quasi citando indegnamente Lucarelli).

E l’uomo, ovvero colui il quale dovrebbe cercare di rassicurarmi e fornirmi ragioni di mera sopravvivenza, quando ha ascoltato la spiegazione della causa della mia angoscia dell’ultimo periodo, ha avuto solo la prontezza cinica di rispondermi:
“Amo’, questo è il bello del gioco!”
D’altronde, non posso lamentarmi. Me lo sono scelto. Cinica lei, cinico lui.

Con estrema indelicatezza, ieri ho chiesto ad Irocka di intervenire in tal senso:
S. – Amo’, ti prego, se dovessi morire senza riuscire a finire il libro che sto leggendo, ti pregherei di finirmelo di leggere tu, vicino alla tomba che per forza di cosa mi costruiranno, avendo io una famiglia alla quale dare delle risposte.
I. – Che carina che sei! Che bel pensiero per me!
S. – …
I. – Smettila.
S. – No, amo’, dico sul serio, vabbè che non ci credo a ‘sta questione della vita dopo la morte, vabbè che tanto non avrò più coscienza né di quello che accade a voi vivi, né tantomeno avrò più un corpo…
I. – Hai preso in considerazione questa storia della cremazione?
S. – Sì, appunto. Non avrò un corpo. Non avrò tanto meno un’anima o una mente. E anche ammesso che, invece, tutto questo continuerà ad esserci, conoscendomi non riuscirò comunque a ricordarmi l’inizio del libro che stavo leggendo, perciò non riuscirò a starti appresso e non potrò neanche fartelo sapere, maledizione!
I. – Quindi, che devo fa’?
S. – …
I. – …
S. – No, vabbè, pe’ nun sbajasse, leggimelo lo stesso.

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Ritorno alla vita

…è che finché non senti l’ancestrale rumore della terra che cade sul coperchio della bara, non capisci davvero cosa significhi “morire”. E seppellire è già tutt’altra cosa.

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