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Posts Tagged ‘Roma’

“Mamma, allora sto partendo.”
“Ora? Co’ ‘sto caldo? Con la macchina? E se c’è l’esodo? E se incontri traffico? Non ti funziona l’aria condizionata. Te mòri de callo. Ma poi se parti mo, non arrivi col buio? Guarda, è pericoloso, ce vedi poco. Dice che sull’Appennino grandina, stai attenta che esci de strada. C’è la bolla de calore dopo Bologna, te senti male, io te l’ho detto. Vai piano, ché so’ tutti matti.”
“Mamma…”
“…che poi in Pianura Padana c’è il 100% de umidità, nun se respira, nun usci’ nell’ore de massimo calore che te riportano a casa liquesa.”
“Mamma…”
“…hai visto quello che ha fatto a Venezia, j’ha scoperchiato tutte le case, se vedi che tira vento, tornatene a casa…”
“Mamma…”
“…e stai attenta, che hai sentito de quello che ha sparato in mezzo alla strada a uno a Padova senza motivo, alla gente je dà de volta il cervello col caldo, nun dà confidenza”
“Mamma…”
“…ché poi voresti anna’ a vede’ pure la Lazio in ritiro ad Auronzo? Ma sei matta, a mamma?! Guarda che se pure te dice che dista venti chilometri, devi sempre considera’ che so’ strade de montagna, quindi devi anna’ piano e ce metti sempre ‘n par d’ore, senza pensa’ che tanto, che ce vai a fa’? Mauri nun ce sta più, Ledesma nun ce sta più, se semo vennuti tutti. Facile che manco capiti er giorno dell’allenamento e vedi ‘n par de…”
“A MA’! STO A PARTI’ MO DA CASA PE’ VENIMME A PIJA’ ER CAFFÈ DA TE!”
“Ah”
“Eh”
“Vabbè, ma allora nun pija’ la tangenziale che hanno fatto er botto all’altezza de Castrense-Passamonti e…”

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“Manco a svejasse e rennese conto che è tardi pe’ tutto. Manco”.

Come la metti, la metti so’ sbarre.

     Me lo ripeto da stamattina. Non che ci sia qualcosa di specifico da fare, qualche azione ben fatta per salva(guarda)re il mondo o qualche malvagità repressa da attuare – o meglio, ce ne sarebbero, ma ogni giorno scivolano in fondo alla lista di “cose da fare”, ed il karma ringrazia.
     C’è, però, ad esser sinceri una cosa che faccio sempre, qualsiasi sia il periodo dell’anno, a qualsiasi orario mi svegli, chiunque abbia incontrato, chiunque abbia cacciato: organizzo viaggi (della serie: metteteme a lavora’ in agenzia, pò esse che me sento realizzata. Pò esse).
     Ho sempre un itinerario pronto nella testa – pronto per la fuga, intendo. Ma non trovo il coraggio di prendere e partire.

Sei tu che lavori contro te stessa, mi dicono.

Sono le situazioni che non me lo permettono, rispondo.

Ma di base, ogni sera, m’addormento con un viaggio abortito e un’esperienza persa, va’ a capi’ perché.
Andrò a New York a lavorare o a studiare. Dirò ai miei genitori che sto male qui a Roma. Vedraicantano I Cani. Io appresso. E intorno a me tutti se ne vanno, o se ne sono già andati, seguendo il percorso mentale che più gli si addice. Il mio non l’ho trovato, sebbene lo cerchi. Ma finché rimango inchiodata qui, con la scusa dell’università, piuttosto che di finanze, non capirò mai qual è il mio punto di partenza. Figuriamoci l’approdo. Una marea di gente che si sposta e si ricolloca, in una mobilità infinita che fa venire le vertigini a chi rimane fermo.
     A tratti mi chiedo se quelle malvagità represse da attuare io non le scarichi tutte addosso a me stessa, impedendomi di essere ciò che vorrei: un cazzo di cervello in fuga. E sopravvivverei, certo, non vivrei appieno altrove. Lavorerei. Incontrerei gente. Piangerei e riderei. Ma sarei forse nel posto in cui voglio stare, sicuramente lontana da quello che invece mi va stretto.
     Beato il coraggio di chi parte.
     Beato il coraggio di chi resta.

     Mi basta Siena, per adesso. E sta sicuro che lo faccio.
     Poi, a fine settimana, se ne riparla. Londra non mi sarà bastata e Siena sarà stata breve. E ricomincerò a progettare fughe da non attuare. Perchè, forse, sotto, sotto ha ragione chi mi suggerisce che nella mia cella sto bene: dipingo le sbarre e rendo la costrizione camaleontica.

     Bella pe’ voi.    

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Succede così: torni dal tuo viaggio di laurea, torni con La Vecchia, la sister e la cugina, e tutto riprende la sua naturale quotidianità. Qualcosa l’hai lasciato lì per sempre (qualcosa che sotto, sotto ha a che fare con una certa ingenuità), qualcosa te lo sei portato dietro. Ma tanto ci torni, si sa.

 

Nell’estrema tenerezza di una passeggiata a St. James’, sottobraccio a La Vecchia, mentre gli scoiattoli si rincorrono e la cugina urla di gioia ché non ne aveva mai visti, la sister tenta invano di catturare il momento con la sua videocamerina onnipresente. E tu, chissà perché, pensi a tuo nonno.
L’unico capace di amare qualsiasi western, unico nel suo lasciarsi coinvolgere anche dal più scontato B-movie poliziesco di seconda mano, quelli dalla patina ingiallita, i cui attori sono morti e stramorti, o forse solo semplicemente resi irriconoscibili da un invecchiamento cui non sanno rassegnarsi.
E di tutta quella natura che ti circonda, di tutto quel flusso d’amore che ti trascina manco fossi fatta d’acido lisergico, una voce orfana d’autore attraversa la testa:

Atteeeento. Attento che mo’ quello esce da dietro er muro e te spara

La voce del nonno che, esperto del genere, prevede in anticipo le mosse dei nemici e tenta, convinto forse di essere anche lui su un flusso catodico capace di farsi veicolo di pensieri per osmosi, di mettere in guardia lo sceriffo. Quello mica l’ascolta, s’avvicina al muro, e gli sparano.

 Te l’avevo detto, io

Me l’aveva detto, lui. 

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“Tagliato fuori. Sono completamente tagliato fuori”, recitava il buon Claudio Santamaria nei panni di Penthotal in “Paz!”. Così mi sento, il più delle volte.

In questo caso, guardandomi intorno, non comprendevo perché tutti parlassero de I Cani, perché tutti ascoltassero I Cani, perché tutti andassero ai loro concerti. Anche El Faaab, ieri, mi perculava: “Perché, non hai mai sentito quelli che cantano co’ ‘na bbusta ‘n testa?”. In realtà, c’ho messo anche un po’ a capire che fossero un gruppo musicale, ma quello perché son ritardata io, mica per altro.

Poi, un giorno, l’epifania. Ascolto svogliatamente “Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani”, un anno in ritardo rispetto al reale esordio , abbandonata sul letto ad un pisolino pomeridiano che ritardavo a schiacciare. Ascolto qualcosa, ma non presto veramente attenzione – come mio solito, e pure questo è perché son figlia della snack-culture, mica per altro. Non mi colpiscono, a sprazzi stucchevoli, solita gente che sputa nel piatto dove mangia, giunti al successo dal solito passaparola in rete di amici che taggano amici, che ti rimangono in testa per quei due accordi in croce, che criticano gli altri senza accorgersi di essere gli altri, fanno scattare l’allarme anti-indie contro quel semplicismo parossistico a tratti – l’indie che, invece,  giustificherebbe I Cani perché ancora non mainstream (e, off topic, mi domando quand’è che l’indie ha cominciato a scocciarci davvero).

Ci son tornata ieri, e m’è toccato ammettere che non posso avere sempre ragione, soprattutto di primo acchitto: esprimono un beat nuovo, non frequentemente sentito – se non in qualche esperimento dei tanto bistrattati ’90 -, si definiscono una qualsiasi pop band romana, ma c’è in loro qualche vena post-punk all’Offlaga Disco Pax che è difficile celare, e che poi, in fondo, è ciò che davvero attrae. Lungi dal diventare il mio gruppo preferito, al momento scalano la classifica delle mie fisse attuali, e mi ritrovo a canticchiarli, maledicendo il giorno che l’ho sentiti. 

Qualche riserva continuavo a nutrirlo sui testi. Lo faccio presente all’òmo.
S – Mmh. Lo sai, da nerd d’italianistica, non posso non prestare attenzione al testo.
A – E…?
S – E non lo so, m’infastidiscono a tratti. Non li sopporto. Con questi appigli facili alla retorica contemporanea, con questi ammiccamenti alla generazione del XXI secolo. Con queste protagoniste da aperitivo a Monti, dedite a racconti che non pubblicano, che cazzeggiano su fèisbuk, che minacciano i genitori di andarsene appena laureate per lavorare all’estero, ma alla fine si devono attaccare alla fava e rimangono al Pigneto a leggere David Foster Wallace…
A – Ok. Praticamente te. Quindi?

Quindi aveva ragione l’òmo. Non li sopportavo perché, mettetela come vi pare, sfruttano un po’ l’immagine che proietta ognuno di noi sulla società – e non ci credo a quelli che si difendono puntando il dito altrove, eccezion fatta per la sister che è davvero l’unico esemplare non citato nel variegato elenco d’umanità disturbato nei lirycs. E questo infastidisce, al punto che al termine del primo ponderato ascolto m’era salita una rabbia inconsulta contro me stessa, e contro certi aspetti che per la prima volta notavo esser e stigmatizzabili in quanto stereotipati.

Non posso essere più precisa e mi rendo conto di non essere riuscita a fornire un’indicazione esaustiva, né d’aver realizzato davvero una recensione.
Mi sto incazzando di nuovo, fra le altre cose.
Vado ad ascoltare I Cani. Fatelo anche voi, senza prendervi troppo sul serio.

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Quest’anno inzia bene: già sto incazzata. Ma questa è prassi.

Un pizzaiolo italiano, amico di mio padre, da anni Londoner, ci invia un video del Capodanno nella capitale della Gran Bretagna. Fuochi artificiali che scoppiano nella placida calma dei rintocchi del GrandeBen, luci, euforia, musica. E la metro aperta.
Penso alla serata di Capodanno romana, quando gli autobus si fermano drasticamente alle 21.30 e ‘ndo stai, stai, tocca che te ce fermi almeno fino alla mattina successiva, quando i mezzi riprenderanno a passare. A meno che tu non voglia dirottarne uno ed impossessartene per la serata, l’unica altra valida alternativa è ricorrere ad un taxi. Mmh.


 

Mi è capitato di vedere nei giorni scorsi questo breve ma intenso intervento di un giovane – giovanissimo! – attivista della Coalition of Resistance nella sovracitata Inghilterra. Quanta verve, quanti contenuti, quanto odore di buona rivoluzione! Ché se pure non ci sarà davvero, perlomeno ne hanno potuto respirare l’aria attraverso queste parole.
Dal canto nostro, nel nostro Bel Paese, i giovani ringraziano il Presidente della Repubblica delle Banane per aver ammesso di aver riscontrato “alcune criticità” nel testo della (ormai) Legge Gelmini. Nel messaggio natalizio rivolto a tutti gli italiani, il Grande Capo Penna Veloce, neanche un’ora dopo aver apposto la firma alla condanna ad un futuro d’incertezze per tutti gli studenti, si dichiara vicino a noi, ci comprende. Meglio, ci compatisce. Ancor meglio, se ne frega.
Ma noi, da bravi dialogatori amici del potere, ci stringiamo intorno alla sua figura istituzionale di padrepadrone, incapaci e vigliacchi di proferir dissenso. L’unico momento in cui ho visto uno dei nostri rappresentati tentare di tener testa ad un La Russa qualunque, è stato ad “Annozero”. Peccato fosse del tutto fuoriluogo, e non all’altezza della situazione. Vigliacco – in questo senso sì, caro La Russa – nel non denunciare certi inutili, stolti, fuorvianti ed inconcludenti atti di violenza. Tutto fumo e niente arrosto, per citare la saggezza popolare.

Sarei curiosa di sapere quante eccellenze vi fossero in piazza a Roma il 14 dicembre scorso.
Sarei curiosa di sapere, all’inizio di questo nuovo anno di merda, quante eccellenze avranno il coraggio di rimanere in Italia.

 

Dal canto mio, sento sempre più l’esigenza di rispondere all’appello:

“Coalition of Resistance” wants you to fight!

E, per citare il titolo del libro che al momento è in cima alle classifiche di vendita in Francia (autore: un partigiano 93enne, che è riuscito a surclassare anche un Houellebecq): “INDIGNEZ-VOUS”!

 

Indignatevi, Cristo. Sempre se ce la fate, s’intende.

 

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Dice: un agosto un po’ così.
Dice: pure se non parto, alla fine mi diverto.

Agosto a Roma fa riflettere, ché anche se non sei sociopatico alla fine ti garba. Quel mese in cui vige la sospensione del giudizio, in cui ti astieni da facili sarcastici commenti sul romano medio. Apprezzi di più le persone che ti stanno intorno, foss’anche solo perché son poche, e hai più tempo per guardarle veramente o per conoscerle – ho avuto modo di leggere un editoriale di Moccia (!) su “Il Messaggero” che invitava la gente ad amarsi senza preconcetti, e con una visione talmente ridotta da rasentare il populismo, invitava a sorridere al nostro vicino. Ecco. Io non dico questo, sennò finisce uguale che sembriamo tutti ebeti, sprecando l’opportunità di un agosto romano.
Dico – se mi riesce – di dedicarci ad una città tanto odiata tutto il resto dell’anno, in quegli unici trenta giorni in cui appare sana, non infestata dai malanni che la rendono imperfetta: senza milioni di persone che bloccano le vie, senza migliaia di macchine che intasano strade e polmoni, liberi dalle zone a traffico limitato che nascondono scorci imperdibili.
Prendiamo la macchina, buttiamola in strada, infiliamola nei vicoli e, infine, parcheggiamola. E boicottiamo i localini di Campo de’ Fiori, ignoriamo i pubacci fin troppo frequentati di San Lorenzo, e riscopriamo le vecchie osterie e i “Vini e Olii” con quella loro doppia vocale conturbante e dai bicchieri di fresco bianco a un euro, frequentati solo dai vecchi ubriachi d’osteria.

Al Pigneto, al di là del ponte, se ti lasci alle spalle il confusionario, multietnicoradicalchic viale omonimo, ce n’è uno particolarmente romantico, gestito dal Signor Tommaso, uomo d’indefinibile età ma di certo aplomb, col suo grembiulino d’ordinanza e gli occhiali tondi. E’ privo di tavolini, solo una panca ed una botte su cui è disegnata una scacchiera giallo-rossa per intrattenersi a dama, ed una quantità e varietà di vini eccezionale. E se sei fortunato, t’imbarchi in conversazioni con la signora al primo piano che, a dispetto del tono, non ti rivolgerà parola dal balcone per redarguirti circa il tono di voce troppo elevato, ma ti inviterà a parlare “ché a me mette allegria, mi fa piacere la gioventù”, ammetterà.

Perciò, sai che c’è? ‘fanculo, bevete e moltiplicatevi. Con moderazione, però, che già siamo troppi.

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Lo ammetto: ieri avevo tutta l’intenzione di andare allo stadio.
Lo ammetto: prima che iniziasse la partita credevo che, tutto sommato, perdere contro l’Inter in questo momento storico non potesse essere poi così negativo – e sì che tendo a non vedere mai il bicchiere mezzo pieno, eh!
Ma poi, com’è come non è, l’arbitro fischia l’inizio della partita, vedi queste 22 teste di cazzo schierate in campo, distingui nettamente le due maglie, capisci che c’è un nugolo di milanesi (e terroni, come no!) che riposa sugli allori per meriti che, se dobbiamo esser sinceri, non sono neanche tutti loro, e ti dici: ma che cazzo sto affà! Ti insulti, ti senti una cretina al pensiero di esserti illusa, immaginandoti a tifare Inter (o a gufare la tua squadra, che forse è anche peggio), ti rimproveri questa caduta di incoerenza intellettuale e ti senti assai poco orgogliosa dei tuoi sentimenti originari.
Ma credo di esser stata l’unica, o giù di lì.
Non credevo che saremmo arrivati così in basso, non pensavo che una tifoseria potesse insultare un portiere perché – perdìo faccio anche fatica a dirlo! – si ritrova a parare ogni attacco della squadra avversaria durante tutto il primo tempo. Non mi sarebbe passato neanche nell’anticamera del cervello che gente che ama definirsi “tifosa” – forse, nel senso che c’ha il tifo! – potesse recarsi allo stadio con tanto di striscioni preconfezionati inneggianti alla squadra avversaria, artefice di sfottò che vedono se stessa come vittima – il metacalcio, cazzo!
Non puoi venirmi a dire, finto laziale, che l’insofferenza nei confronti dei cugini possa essere così asfissiante da impedirti d’urlare di sbrigarsi a Julio Cesar che temporeggia col pallone in mano – ché poi dev’essere l’arbitro ad incitarlo, non s’è mai visto! E non ho forze, giuro, e mi manca la faccia di ripetere il comportamento da conigli visto ieri sera. E mi dissocio, ovviamente. E dico che questa è la gente che meriterebbe di andare in B.

Lo ammetto (sembro non fare altro dall’inizio di questo post), non sopporto i romanisti, non li ho mai sopportati e potrei continuare a non farlo in secula seculorum. Non potrei neanche immaginare cosa significherebbe se l’A.S. Roma finisse davvero il campionato in cima alla classifica di Serie A, ma credo che, qualsiasi cosa accadesse, non riuscirei comunque a sostenerla (senza considerare che, come non avrei sopportato il sorriso trionfale giallorosso, figurarsi le accuse di vigliaccheria e mancanza d’orgoglio!). È quello stesso tipo di insofferenza che subentra fisiologicamente tra un cane ed un gatto – nessuno ha mai detto al felino che avrebbe dovuto odiare il canide, tout court, eppure lo fa da millenni. Se penso ad un romanista, sorge spontaneo quello stesso pruder di mani che mi pizzica quando vedo il faccione di certi esponenti politici in televisione. Eppure, come ormai vado ripetendo da settimane, una persona, un’identità non può costruirsi solo sull’opposizione ostinata contro un nemico che, spesse volte, è poco più che immaginario. Un’idea si costruisce sempre in positivo, non in assoluto, certamente, ma nel pieno rispetto del confronto col relativo. Un amore non può nascere solo come risposta invidiosa ad un odio incontrastato, non può piegarsi di fronte ad esigenze esterne, non può crollare per stupide ed infondate paure.

In conclusione, non posso sapere come si concluderà il campionato 2009/2010. Ma so che, ad oggi, poco o nulla distingue Lotito e ‘sti dementi. E certi insulti, concedetemelo, ce li meritiamo tutti. Buffoni!

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