Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2010

Sperimentazioni letterarie della figura retorica dell’ironia.
Soggetto: Italia, amore mio.

Al solito, sorvolando sulle scontate polemiche che accompagnano l’evento più atteso (da chi, poi?) dell’anno, invio le mie più sentite congratulazioni al principe (di chi, poi?) Emanuele Filiberto per la sua invero assai meritata scalata sul podio.
Emanué, nun je dà retta a tutti quelli che vorrebbero infangare il tuo nome, ripescando vecchie e infantili polemiche, come quella del 2007 in cui, secondo le malevole voci di giornalisti corrotti, comunisti e repubblicani, avresti chiesto insieme a papà un risarcimento di 260 milioni di euro dal nostro Stato per danni morali!
E non dar retta a coloro i quali, pur di difendere quel cocainomane di Marco “Morgan” Castoldi, sbandierano ai quattro venti che appena quattro mesi fa hai ammesso di esser stato anche tu tossicodipendente. Ché poi si sa, no?, hai smesso. Vero?
Lascia fare che “Italia amore mio” aveva un testo che faceva rabbrividire i vivi e i morti (tipo quelli delle Guerre Mondiali), e che, insomma, lo dico sottovoce tra me e te, ché nessuno lo senta, c’è un motivo se sei principe e non cantante, e che la musica nella migliore delle definizioni potrebbe essere “inascoltabile”. Dà la colpa a Pupo, fidati. Scarica barile, ché noi italiani siamo abituati a voltar faccia – e questo non so se puoi saperlo, visto che, purtroppo, sei stato via così tanto.
E, detto tra noi, rispondi con un sorriso a chi avanza la battutina maliziosa: “Eh, t’è piaciuta talmente tanto ‘st’Italia che te sei sposato ‘na francese!”. Che ne sanno, loro, dell’amore, dell’orgoglio, del sentimento di patria.
La gente è cattiva, Emanué. E gli italiani, nello specifico, lo sono forse anche di più. Ricordati che t’accusarono di essere un pirata informatico, quando cercasti di chiudere un sito scomodo alla tua famiglia perché papà (benedetto ‘ndo se trova!) s’immischiò in quello scandalo tra mignotte e gioco d’azzardo a Campione d’Italia.
E diglielo, diglielo a questi malfidati mangiabambini che tu sei una persona, e papà è un’altra, che tu non c’entri nulla col traffico internazionale d’armi degli anni Settanta, e con l’assassinio gratuito e spregiudicato di quel ragazzo diciannovenne sulla barca. E la tessera numero 1621 della loggia massonica P2, alla quale appartenne anche il nostro presidente del Consiglio (emerito e stimato, vieppiù), era di papà, mica tua!
E sai che ti dico? Che papà aveva ragione quando disse che “questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi” che passano il loro tempo ad ascoltare le conversazioni altrui, “dei morti di fame che non hanno un soldo. Devono stare tutto il giorno ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna”. E c’aveva ragione pure quando disse che le leggi razziali sottoscritte dai suoi avi “non sono poi così terribili”. E che cristo! “È tempo che tu sappia di chi sei figlio”, diceva il grande Alberto Sordi in “Un Americano a Roma”.

Emanuè, va sereno verso la vittoria che t’attende. Ci siamo presi “Ballando con le stelle”, ci siamo acchiappati il sanremese festivàl, e dai che vinciamo anche le prossime elezioni! Così tocca fare, principe, bisogna assuefare l’italiano medio a votare monarchia.
Chè poi, qualcuno che dice “Mejo pochi che magnano, che tanti che rubbano” ancora c’è.

W Emanuele Filiberto di Savoia, Principe di Venezia!
W la monarchia!

… ‘ccodì!

Read Full Post »

La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola” (“Citizen Kane”), ovvero di come sarebbe stato utile applicarmi nell’algebra booleana o perdermi nei meandri del “Tractatus logico-philosophicus” del buon caro vecchio Wittgenstein per comprendere meglio alcune questioni mistiche.

Credevo che personaggi del genere esistessero solo nei racconti di Benni o Pennac.
E invece anch’io ho incontrato la mia personale Saltatempo, sebbene non abbia nulla a che vedere con orobilogi o alfapuzzole. Anch’io ho il mio personale capro espiatorio, per quanto non ci sia da imputarle nulla, ad esser sincera.

Lei è, semplicemente, la Mistica. Così me l’hanno presentata, perché così la conoscono gli abituée della biblioteca in cui vado a studiare nell’ultimo periodo. Nessuno ha detto loro che quello sarebbe stato lo pseudonimo giusto da usare, ma chiunque abbia avuto modo d’incrociarla sa che non potrebbe esser definita in altro modo.
Il suo candore emana un’aura spirituale, decisamente non religiosa.
La Mistica è interamente vestita di bianco: Superga bianche, calze bianche, pantaloni bianchi e maglia bianca. Anche i capelli son lunghi e canuti. Il suo sguardo è bianco, e con ogni probabilità potrei definire “bianco” anche il suo modo di parlare. Se solo lo facesse.
Nessuno l’ha mai sentita proferire verbo, eppure pochi audaci son pronti a giurare che sia tedesca (d’altronde, in zona ne giran parecchi, di tedeschi, per via del Goethe Institut suppongo). Chissà quanta leggenda c’è in queste testimonianze.

Tutti i giorni, ieri come oggi, alla stessa ora, puntuale, la Mistica entra nella biblioteca, con un passo bianco e silenzioso, si sceglie il suo posto – sempre il solito, perché non c’è anima viva che s’azzardi ad occuparlo prima di lei – e organizza il tavolo per la sua attività: una serie di buste della Sma accuratamente piegate e poste in fila, un raccoglitore ed un quaderno, una penna alla sua destra, ed una serie di riviste – inglesi, tedesche, francesi e spagnole – alla sua sinistra. Infine, tira fuori dalla sua candida borsa un paio di forbici. Tira un profondo respiro, dicono, e comincia l’operazione.
Eterea e al limite dell’inconsistenza, sfoglia, pagina per pagina, quei settimanali scandalistici, seleziona con cura maniacale le notizie che le premono, e comincia a sferruzzare con le forbici come fossero cesoie accanite di fronte ad una siepe da anni nell’incuria.
Solo alcuni articoli le interessano, almeno a sentire quanto raccontano su di lei: tutto ciò che riguarda le famiglie reali sparse sul globo terrestre, fotografie o piccole didascalia, articoli da prima pagina o spot pubblicitari con un principe sovrappeso come testimonial, è dunque degno d’entrare a far parte del suo raccoglitore.
*

È maniacale. A tratti inquietante. Tutti i giorni, l’eterno ritorno nietzschiano. Credevo di viver in una sorta di “sliding doors”. Stesso posto, stessi abiti, stesso rituale. Identica percezione visiva acromatica intrappolata in ogni suo gesto. La Mistica, dicono, è l’insieme di tutti i colori o nessuno di questi.

Ma d’altronde, per quanto se ne parli, sebbene sia l’argomento più quotato all’interno della biblioteca, nessuno sa chi sia davvero questa donna – forse è solo un’identità racchiusa in una domanda sospesa nell’aria per fare amicizia (“L’hai vista? È sempre lei! Sempre alla stessa ora!”).
E potrei aprire dissertazioni che, per quanto necessariamente finite, potrebbero esser a tal punto indefinite ed insoddisfacenti da non permettermi la soddisfazione del concetto e quindi la sua non finitezza contenutistica.

So solo che ci son casi in cui è impossibile stabilire un valore di verità.
* Non ho potuto fare a meno di pensare che l’onnipresenza di Emanuele Filiberto in ogni programma Rai almeno a qualcuno potrebbe tornare utile, ecchecazzo!

Read Full Post »

“War is over if you want to”
John Lennon

Mentre io, al solito, mi lasciavo vivere addosso e trascorrevo la giornata di ieri maledicendo il giorno in cui qualcuno mi ha detto di far parte di un’eccellenza, il mondo collassava su se stesso.
Io ero avvoltolata nel mio paile, a riflettere sull’insoddisfazione che questi primi giorni del 2010 mi stanno regalando, e a Marjah, nel Sud dell’Afghanistan, decine di civili perdevano la vita.
In seguito all’isolamento di cui sopra, solo questa mattina ho letto il comunicato arrivatomi dalla sede di Emergency, e solo stamattina ho compreso cosa stesse succedendo a Lashkar-gah.
C’è da riflettere.  

Giusto per chiarire: nel 2004 l’associazione non governativa Emergency, da più di 15 anni impegnata nel ripudio della guerra, nell’affermazione di una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani e coinvolta direttamente nella cura alle vittime causate da chi, invece, continua a perseguire la via belligerante, ha aperto un centro chirurgico specializzato a Lashkar-gah, nella provincia pashtun di Helmand. Come ogni struttura dell’associazione, è perfettamente organizzata per intervenire in ogni aspetto del soccorso di vittime di guerra o di mine antiuomo, e per accompagnare il convalescente in una ripresa pressoché totale delle sue abilità. Lo fa brillantemente, da più di cinque anni, con più di 8.000 ricoveri e 9.000 interventi chirurgici (per ulteriori informazioni rimando al Report 1994/2008).
E’ solo uno dei tre progetti (quattro, se si considera la duplice funzione della struttura di Anabah – medico-chirurgico e centro di maternità) che Emergency sta conducendo nel solo territorio afghano, offrendo assistenza gratuita (un lusso nei paesi dove opera) e di alta qualità, con soddisfazione degli organizzatori ma, soprattutto, della popolazione locale, direttamente coinvolta anche nelle operazioni di soccorso.
Per conoscere meglio l’associazione, rimando direttamente al sito Emergency.it , chiaro, trasparente, efficiente e aggiornato, quattro aggettivi che potrebbero metonimicamente esser riferiti all’organizzazione in sé.

 In ogni modo, disgustata dal comunicato stampa, sono andata a ricercare informazioni più dettagliate su PeaceReporter.it , e ho trovato questa dichiarazione rilasciata da Matteo Dell’Aira, capo infermiere del centro interessato:

 “Anche oggi (lunedì, ndr) c’è un gran via vai di caccia ed elicotteri e si continuano a sentire gli echi di forti esplosioni e di sparatorie provenienti dalla direzione di Nadalì, la zona dei combattimenti più vicina a noi. Gli operatori sanitari in zona non hanno ancora ottenuto dalle truppe Usa il permesso di evacuare i civili feriti da Marjah per portarli nel nostro ospedale, dove continuano ad arrivare solo i pochi feriti che riescono ad aggirare i checkpoint o che ci vengono direttamente consegnati dai militari britannici del locale Prt. Il bambino di sette anni arrivato ieri con un proiettile in corpo lo abbiamo operato e ora è fuori pericolo”.

Se ne evince che sono ancora numerose le vittime dell’attacco sferrato dalle forze anglo-americane che necessitano di cure urgenti ma che, impossibilitate a passare attraverso posti di blocco militari, sono costrette all’immobilità nella zona calda. Il 14 febbraio 6 civili sono deceduti perché non ne era stata autorizzata l’evacuazione. Si muore nel proprio paese perché dal proprio paese non si può uscire, e chi impedisce il soccorso di questi innocenti sono esattamente quegli individui che professano di voler “esportare democrazia”.
Ma quando vedi che chi si arroga il diritto di farsi portatore di un messaggio democratico rifiuta di aprire un corridoio umanitario per il trasporto di civili feriti (quando non proprio il coinvolgimento in una guerra avrebbe dovuto farci riflettere sull’incoerenza di mezzi e fine, direi), non dovresti cominciare a pensare che ci stanno prendendo tutti per il culo?

E c’è chi, per questa presa per il culo mondiale, ci rimette la vita. Quotidianamente.

E c’è chi, prendendoci tutti per il culo, ci vince i Premi Nobel per la Pace.

E noi, stronzi, ancora a dargli retta.

Read Full Post »

A Roma la felicità dura il tempo di una nevicata. 

Premessa n° 1: La mia condizione forzata di studentessa determina, in questi giorni di pre-esame, una delineazione di campo e fuoricampo che, cinematograficamente parlando, invertono il valore d’interesse ad essi attribuito. Ovvero, mi risulta assai difficile ricostruire attraverso le poche informazioni che ho a disposizione, cosa ci sia davvero al di là dello schermo sul quale si proietta la mia quotidianità. Fate conto che, per voi come per me, il “campo” sia casa mia, il “fuoricampo” l’universo mondo. Della serie: cazzo campo a fa?!
Si evince, quindi, perché io scriva unicamente di fatti poco interessanti inerenti il mondo della televisione, o, nella migliore delle ipotesi, di agenti esogeni scatenatisi nei dintorni.

 Premessa n° 2: Ne parlan tutti, ne devo parlare anch’io. Sì, l’omologazione del pensiero! Sì, la prostituzione intellettuale!

Stavo studiando (ma va?!). Piegata, ritorta, gobba come una cazzo di Leopardi. Fronte increspata e occhi fissi su un fermo immagine di “Citizen Kane” (o, nella versione italiana, “Il cittadino Cane”), cercavo di comprendere la genialità insita nella nevicata che copre una delle prime inquadrature del prologo, che percepiamo come reale prima di comprendere che si tratti di una boule de neige che il suddetto Cane tiene in mano. Poi, la palla-di-neve cade, si frantuma, la nostra visione delle inquadrature seguenti appare distorta in funzione del riflesso di uno di questi frammenti di vetro.
E io, quindi, faccio una pausa per assimilare la nozione.
Alzo lo sguardo, lo getto oltre la finestra e vedo quella che la Mutter, dall’alto della tragicità ch’è nel suo stile, avrebbe in seguito definito “una tempesta di neve”.
No, una tempesta no – con buona pace della Mutter. Ma raramente Roma ha visto così tanta neve tutta insieme. Mi affaccio. Vedo il cortile di casa mia imbiancato come mai, gli alberi, le piante disabituati stavano piegati sotto il peso di poco più di un pugno di neve. Ragazzini isterici sperimentavano la delusione di scoprire che non si tratta altro che d’acqua solidificata, e ch’è tutt’altro che morbida (soprattutto se te la tirano con violenza dentro un occhio). Donne e uomini, con espressione ebete, ridevano beandosi e gridando già al miracolo, e (giuro!) abbracciandosi. E parlo di gente, benedettiddio, che se solo potesse durante una giornata qualsiasi non dico in petto, ma alle gambe si sparerebbe vicendevolmente.
Mi son chiesta, da eretica sbattezata, se non si trattasse di un maldestro gesto di Gesù Cristo che, sorpreso dal Padre a smerciar “robbba”, avesse tirato all’aria tutto quanto per non esser messo in punizione, riversando la bianca sostanza sulla Terra. Solo in questo modo si riuscirebbe a spiegare perché tutta questa gente ridesse, con la testa tirata indietro, a bocca aperta a raccoglier quella che apparentemente si sarebbe potuta classificare come neve, e conseguentemente si comportasse da cerebrolesa.
A questa riflessione, un mio amico ha ribattuto: “Be’, allora adesso Gesù Cristo minimo non partecipa a Sanremo”. Come dargli torto. 

In ogni modo, è tutto il giorno che mi domando se la neve mi sta sul cazzo o meno. Il suddetto amico dice che è normale, è sempre così la prima volta che se ne ha esperienza, e che poi, alla terza, quarta volta, cominci ad odiarla visceralmente. Per adesso, ho messo sui piatti di una bilancia i pro e i contro, e pesano sensibilmente più i primi.
È qualcosa che magneticamente attira l’attenzione, distrae qualsiasi cosa si stia facendo, blocca un flusso vitale medio (con le riserve del caso, ché se fossi stata in un letto, anche solo con un surrogato di uomo, forse non m’avrebbe bloccata così tanto!).

È silenziosa. Per quanto violenta possa essere, cade con rispettoso mutismo.

E poi, nonostante tutto, è subdola: non sembra, ma in confronto alla pioggia, fa un casino in più di danni.

Mi piace questo suo modo di essere pacatamente distruttiva. Cazzo, se mi piace!

Read Full Post »

 [Rimando immediatamente a questo link !!!]

Per non lacerarmi l’ulcera che m’è cresciuta tra una dichiarazione di Ciancimino e l’altra, eviterò di parlare di come un reality come il Grande Fratello batta, almeno secondi i dati dell’Auditel, gli ascolti registrati per il telefilm su Basaglia (che poi, per carità di dio, sarà stato una cagata anche questo, ma almeno i personaggi della serie televisiva erano volutamente squilibrati, non accidentalmente rivelatisi tali).

L’ulcera, la lascio stare. Ma il sangue amaro tocca farselo venire uguale.
Sorseggiando il caffettino del post-pranzo, spalleggio mia madre durante la visione di “Festa Italiana”, condotto dalla cerebrolese partenopea per eccellenza: Caterina Balivo (lo so, lo so, avreste tutti risposto “La D’Urso!”).
Fastidiosa come solo una birra analcolica sa essere, la sub-mentale presentatrice accoglie in studio un ospite attesissimo: il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni.
E io lì: “E perdìo, cazzo, ce l’abbiamo fatta! Dopo esserci fatti prendere per il culo per settimane dal nano di corte Brunetta (lo so, lo so, avreste tutti detto “Berlusconi!”), facendoci insultare perché scansafatiche mantenuti e bamboccioni, finalmente il Nostro ministro risponderà a tali provocazioni. Finalmente chiarirà la posizione del Governo in merito!”.
Mmh. Sì. Che poi magari Giorgiona l’avrebbe anche fatto, solo che non le è stata data l’opportunità: tra domande che manco Alfonso Signorini (“Dove si vestono le Ministre?”) e soddisfazione di stupide e vuote curiosità (“E’ vero che da giovane aveva un banchetto a Porta Portese? E ancora va lì a fare la spesa?”), la sovra citata presentatrice-senza-qualità pone al Ministro-senza-portafoglio la domanda che tutti gli sventurati e casuali giovani ascoltatori si aspettavano di sentire: “Cosa ne pensa delle parole del Ministro Brunetta?”.
La Mecojoni, che nel corso della trasmissione, almeno a mio parere, si stava trasformando lentamente in Gollum, si ricompone, mette su un’espressione seriosa e professionale, si sistema i capelli e si assetta meglio sulla poltroncina in simil pelle pagata da noi contribuenti, prende coraggio e asserisce con quel suo accento tanto marcatamente romano quanto fastidioso*:
“Io a Renato (n.d.a. Brunetta) j’ho detto: come pò ‘n ragazzo, anche laureato, co’ un màste’ o co’ ‘n dottorato a’e spalle, che fa ‘n lavoro a tempo determinato pe’ 15.000 euri annui, 700 euri mensili, annà a vive’ da solo e pagasse ‘n affitto, quanno questi arivano a sfiora’ pure i 900 euri ar mese?!”.

Sì, vabbè, – dicevo io – poco male, sta dicendo ciò che di più scontato, per quanto vero, potesse ribattere (e infatti, il pubblico di italiani medi lì seduti applaudiva con vivo trasporto).
Sì, vabbè – dicevo io – poco male, siamo all’inizio, adesso tirerà fuori proposte alternative e si farà girare i coglioni (che probabilmente ha).
Sì, vabbè, Giorgé, parla però!

Niente. Morta. Abortita sul nascere la speranza di sentire cosa il Ministro della Gioventù, chiamato direttamente in causa dal dibattito incandescente incendiatosi per opera di quel piromane di Brunetta, avesse da dire. Giorgia Mecojoni stava ancora farfugliando, ad esser sincera, qualche abbozzo di legge ancora in via di sviluppo al fine di sostenere i giovani per quanto riguardo l’accensione di mutui bancari, quando la Balivo, da brava soubrette napoletana da quattro soldi, riporta un confronto che rischiava di diventare troppo serio ed ingombrante per lo spazio televisivo del primo pomeriggio italiano ad un’intervista da giornaletto scandalistico:
“Ma senta un po’” e via che s’appiccica in faccia quell’espressione furbetta e birbantella della tipica ficcanaso stracciacazzi “è vero che lei se n’è andata di casa solo l’anno scorso?”.
Ma ‘sti cazzi, oserei dire! E chi se ne frega anche dell’auto e del parcheggio privato della Meloni, perdìo!**

Al solito, per avere una voce in capitolo, ci toccherà aspettare che qualche comico prenda le nostre difese, magari in qualche programma in seconda serata.

* E lo dico da romana.

** G.M. – C’avevo ‘a 500, quella vecchia, ma che bella era? E poi me l’hanno pure rubbata!
C.B. – Ah… e quando?
G.M. – Eh… quanno c’avevo!

Read Full Post »

 Stamattina, risvegliandomi in una stanza che non era la mia, in un letto in cui non avevo ancora mai dormito, ho dato vita e forma ad un pensiero che, invece, da sempre alberga dentro me: io, le “Martina”, non le digerisco. Mi stanno proprio sulle palle, a voler essere sincera.

Le motivazioni che potrei addurre per questa mia insofferenza razzista sono molteplici e tutte, dalla prima all’ultima, totalmente infondate e poco convincenti. Innanzitutto, Martina è colei che, come disse un’appartenente al cerchio delle mie conoscenze, non ha il coraggio di essere Marta e non riesce del tutto ad essere Marina. È un’incompleta. Un’amorfa per definizione, se vogliamo.
Martina è un diminutivo, un fenomeno di alterazione insopportabile. Una riduzione coatta, forzatamente imposta di un’etimologia forse troppo invadente: Marte, il dio della guerra, violento e sanguinario. Marte, il pianeta rosso – ma non “bolscevico e traditor”, nello specifico.
Martina rotola, rincorre se stessa, romba minacciosamente con quella sua vibrante /r/ per poi esplodere, interrompendo la sua furia, in una dentale sorda /t/. In fondo, è un po’ così: “tutto fumo e niente arrosto”, affermerebbe la saggezza folclorica. Mille promesse, e mille tradimenti, direi io.
“Martina” costituisce, linguisticamente, una coppia minima con “mattina”. E io, la mattina, non l’ho mai potuta soffrire.

Di certo, le esperienze personali non mi hanno mai aiutata. Tirandomi su fin sotto il mento un piumone non mio per sconfiggere il freddo, riflettevo che, tranne un rarissimo caso di giudizio positivo, per altro sempre soggetto a ripensamenti di sorta, che costituisce la così detta “eccezione che conferma la regola”, non ho mai conosciuto “Martina” che potessero rientrare nelle categorie minime di accettazione: non sono simpatiche, non sono modeste, non sono rispettose. Sono, invece, volgarmente appariscenti, perennemente bisognose di attenzioni carnali, vogliose oltre ogni misura ma grandemente inconcludenti. Sempre disposte a screditare chi hanno di fronte per apparire al meglio, per riuscire vittoriose da eventuali confronti.

Io, in conclusione, non sopporto le “Martina”.
E allora vorrei chiedere a quel pozzo d’intelligenza che altro non è il venticinquenne inventore del faccialibresco social network: “Se io e Martina M. abbiamo 56 amici in comune e nonostante ciò continuo a non volerla aggiungere tra i miei contatti, ma sarà mica perché me ne sbatte la sega di sapere dove smignotteggia la suddetta, perdìo?!”.

N. B. Nessuna Martina è stata maltrattata durante la stesura di questo post.

Read Full Post »

Quando s’insinua quella particolare sensazione che la sottoscritta si ostina a denominare “sento-che-gli-altri-sanno-qualcosa-che-io-ignoro”, l’unico rimedio per annientare la sua persecuzione è cederle. Della serie: “Forza, su, sto sventolando bandiera bianca: che succede?”.

Fondamentalmente, poi, io le odio ‘ste situazioni. Quelle nelle quali non sei tu a decidere quali messaggi recepire, quali poter rifiutare, dico. E non c’è maniera peggiore di entrare in contatto con informazioni indesiderate, se non quella di piazzarsi davanti alla propria tazza di caffellatte, nel vano tentativo di immergere una fetta di pane tostata e smarmellata, e (qui viene il bello) con la televisione accesa. Bastardi, nel momento di maggiore vulnerabilità: la mattina, quando non riesci a concepire neanche una formula di rigetto. Nulla. Passivo.

 Fortuna che, alla fine, non ho trovato ad attendermi uno di quei programmi del sabato mattina – quelli che hanno contribuito ad inventare la figura “professionale” (!) dell’opinionista, per intenderci; quelli che si ostinano a chiamare un surrogato di voce fuoricampo “Il Comitato” (!), e che, di sottofondo, emanano attraverso il tubo catodico fastidiosissime richieste di “un aiutino, signor Carlo, piccolopiccolo!”. E non bestemmio che son atea.
Fortuna, dicevo, che la televisione della mia cucina era sintonizzata su RaiTre, e che (duplice botta di culo) la mattina del sabato trasmettano un programma dal titolo “Tv Talk”, tutto sommato piacevole, sicuramente non fastidioso.*
Tra i mille argomenti d’obbligo affrontati quest’oggi – ho iniziato a connettere il cervello quando si parlava del Morgan-omane Marco Castoldi –, ecco spuntare inevitabilmente un riferimento all’ultima serie di “Lost”, noto telefilm dell’ultimo decennio.
Per mesi, nonostante pareri fidati e giudizi positivi, mi sono rifiutata categoricamente di farmi trascinare nel mondo del suddetto, un po’ per finte tendenze radicalchic, un po’ perché ho sempre creduto poco in ciò che crea “fenomeno” ed è universalmente ritenuto tale. Tutt’ora continuo a farlo, per altro. Ma, riflettevo tirando giù tutti i santi dal calendario per via di un pezzo di toast sprofondato sul fondo della tazza, io non ho mai effettivamente saputo di cosa si tratti. Non ho mai capito, al di là del banalissimo espediente della caduta dell’aereo che trascina avanti il film, che cazzo di messaggio viene effettivamente veicolato da quattro dementi su un isola (e, perdonatemi, siccome di gente famosa su isole non mi son mai fidata troppo, parto anche sensibilmente prevenuta, lo ammetto). Eppure, questa mattina sono stata travolta da numeri e statistiche che mi hanno lasciata esterrefatta (e, visto l’andazzo che han preso di recente le battute satiriche a causa di Morgan e cocaina, potrei anche aggiungere “più fatta che esterre”): la sesta ed ultima serie di Lost (mi lascio per lo meno consolare dal fatto che abbia una fine, al contrario di beautifuliani parenti) ha riscosso un successo senza pari negli States, dove proprio nel corso di questa settimana è stata trasmessa la prima puntata. Per l’occasione – e qui torna la dimensione economico-mediatica che assai poco sopporto – circa dodicimila fortunati sono stati invitati ad una prima di tutto rispetto: direttamente alle isole Hawaii, per intenderci, dove, ho scoperto essere ambientato l’intero telefilm.
Per di più, alcuni dei suddetti fortunati, scorretti e menefreghisti, hanno opportunamente registrato il tutto con una videocamera, per poi, ovviamente, consentirne il download via internet (faccio presente che, solo due ore dopo il suddetto evento, in Italia erano già presenti versioni sottotitolate della prima puntata, per merito – o colpa? – di diligentissimi subber).
In effetti, ricordava il prof. Daniele Doglio, il business costruito intorno a “Lost” è in qualche caso deficitario ed insoddisfacente: dei circa 60 milioni di spettatori dichiarati, 54 ammettono di aver seguito la serie attraverso canali illegali, quali lo streaming o il download non autorizzato, mentre solamente 4 milioni sono risultati disposti a spendere l’irrisoria cifra di 1,99 dollari (se non erro) a puntata per accedere ad una visione consentita.

 È pur vero, però, che i Lost-omani non sono disposti ad essere etichettati come traditori della fede, come pagani maledetti da Abram, Lindelof e Lieber (n.d.a. Gli ideatori, per intenderci). I cazzutissimi americani non tradiscono! I cazzutissimi americani resistono e si rifiutano di scaricare via internet puntate non ancora trasmesse. Loro sono i diretti discendenti del Patriota, cazzo, mica pizza e fichi! Resistono o acquistano (e consumano). Non cedono alle tentazioni. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato che, in effetti, la prima televisiva dell’ultima stagione è quasi un evento, la vigilia della risoluzione di tutti i misteri che da sei lunghissimi e spossantissimi anni li travagliano, non gli lasciano tempo per dormire o riposare. Loro attendono in silenzio e religiosamente si dedicano a visioni di gruppo (che, se non ricorda in qualche modo culti specifici, per lo meno rimanda all’aggregazione di sette sataniche a sfondo sessuale).

Vero è che, come me, di scettici ce ne son molti.
Vero è altresì che la curiosità, alla fin fine, è montata anche a me.
Ho deciso che a breve mi dedicherò alla visione del suddetto telefilm, per lo meno per potermi dedicare ad una critica fondata su principi empirici.

A breve, sì, ma non ora, ché c’ho da tifare i Saints al superbowl, che cristo, mica le bambinate!

 

*L’asterisco apre qui una parentesi per chi non conoscesse già il programma: si tratta di uno show-magazine, se così lo si può definire, patrocinato da Rai Educational. La conduzione del suddetto è affidata a Massimo Bernardini, il quale è sempre accompagnato dal commento in studio di Giorgio Simonelli, docente all’Università Cattolica di Milano, scaltro, acuto e divertente nei suoi interventi, e dal prof. Daniele Doglio, implicato, invece, nelle dissertazioni intorno al mondo dell’economia; e dal contributo degli inviati da Londra Barbara Serra (già anchor woman di Al Jazeera), e da New York, Franco Schipani. Il pubblico, nota interessante, è costituito da laureandi/laureati in Comunicazione, competenti e preparati, nonché disincantati osservatori del mondo della televisione. È proprio quest’ultimo, in gran parte, ad essere indagato, nelle sue mille sfaccettature e con le sue particolarità; attraverso un filtro piuttosto critico, ci vengono presentate buone e cattive proposte, analizzando e sviscerando le minuzie della settimana televisiva. Vivamente raccomandato (‘nsomma, è pur sempre sabato mattina!).

Read Full Post »

Older Posts »