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Archive for dicembre 2010

“Tra due giorni è Natale, non va bene e non va male

buonanotte, torna presto e così sia”

 

Avrei dovuto cominciare a scrivere l’articolo ieri per far calzare la citazione, ma ‘ste cose non vanno mai come dovrebbero, e l’ispirazione già è tanto che c’è. Ci accontenteremo di un breve post natalizio, che sa di ricilcato e stantìo, ma questo offre la casa.

Da qualche mese a questa parte sono diventata più buona – o, per lo meno, più malleabile – e una festività come il NaSale, che tempo fa mi avrebbe disturbata contro ogni ragionevole motivazione, comincia invece a trascolorare in una placida indifferenza (il timore, quindi, è che a breve si trasformi in un trasporto passionale e cristianamente sentito, ma finché c’è vita, c’è speranza e non temo il mio nemico).
Già solo un paio d’anni fa avrei ceduto all’impeto di rigettare conati d’odio su canti natalizi, addobbi, alberi, presepi e bambinelli. Quest’anno ascolto jingle, assisto ad articolati allestimenti, mangio panettoni e torroni nella completa consapevolezza della transitorietà, seppur ciclica, di questo periodo, e sorrido sorniona in faccia ai regali e alle straordinarie opportunità di lavoro (vedi: volantinaggio folle al centro di Roma per promuovere mercatini dell’ultim’ora). E, quando ci scappa, faccio pure gli auguri – che, al momento, sono l’unico aspetto che si configura ancora con difficoltà nel mio orizzonte di gesti naturali.

Perciò, ci siamo. Lo faccio: auguro a chi mi legge un buon NaSale. Ma anche a chi non mi legge. Lo auguro a chi lo passerà senza regali, costretto dalle ristrettezze di questa crisi. A chi brinda nella speranza che venga prorogata la cassa integrazione. A chi cerca lavoro, e non lo trova. A chi vorrebbe studiare, e non può farlo. A chi, a causa della legge Gelmini approvata ieri in Senato, sarà costretto a rimandare il futuro. A chi, come me, non crede alla santità di questa festa, e sarà per questo (forse) un po’ meno contento. A chi sarà incazzato tutta sera perché non glien’entra una. A chi mangerà con la puzza della “monnezza” sotto il naso, e i liquami sotto i piedi. A chi piacerebbe avere anche solo un po’ di monnezza per cena. A chi ha perso la casa a causa del terremoto, e spera che questo dicembre si protragga in un irreale infinito per non ricominciare a pagare le tasse – oltre tutto.

A chi ha permesso che venisse respinta la proposta di sfiducia, ché si troverà l’incazzatura di tutti i suddetti sul groppone e già sarà tanto se non rimarrà strozzato da un boccone di pandoro.

A voi tutti, quindi, buon NaSale. E se il rodimento di chiulo resta, ascoltatevi questo, ché forse cantando vi passa:


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Quando andavo domandandomi perché mai si permettesse alle parlamentari di farsi ingravidare (col rischio di sgravare durante il voto di sfiducia) e ai sudtirolesi di esprimere un’opinione (roba che già dal nome del partito – Südtiroler Volkspartei – qualche domanda lecita circa la lefittimità della presenza dello stesso alla Camera e al Senato sarebbe anche potuta sorgere), solo per pudore non m’addentravo nelle questioni più scabrose che stavano stuprando l’onestà intellettuale di chi forse questa verginità non l’ha mai potuta vantare. Solo perché m’arrestavo nel provocatorio.

Passi che c’è chi vende voti in cambio di un terzo del Parco dello Stelvio (sempre gli stessi, poi dici); passi che c’è chi di valori in quest’Italia ne ha solo nell’etichetta politica attribuitagli fors’anche controvoglia da un Di Pietro scatenato, che avrebbe fatto invidia solo al miglior Jake La Motta; passi il goliardico, scandaloso, eccitante bacio di Giuda tra B. e Casini, che riporta alla mente ben altri casini e ben altre battutacce da camerata; passi l’unico Guzzanti uscito strano, che tiene sulle spine l’elettorato, manco fossimo al peggiore dei telequiz serali; passi per il Gruppo Misto e Noi Sud, e per quella loffa di Moffa, che ha fatto dell’indecisione virtù.

Ma non posso sopportare imbelle certe colpevoli contraddizioni che sfiorerebbero il ridicolo se solo non gettassero il Paese in mano ad approfittatori, magnaccia, mafiosi, corrotti e piduisti (assassini lo metto tra parentesi perché poco evidente, perché poco diretto).
Movimento di Responsabilità Nazionale si chiama. Una responsabilità che l’amante dell’agopuntura Domenico Scilipoti, l’amico di Veltroni Massimo Calearo, e Bruno Cesario, che già dal cognome avrebbe dovuto suggerire un’azione dolorosa, dovranno assumersi, per rendere conto ad un Italia sfatta che reclama giustizia sociale. Responsabilità che dovranno condividere con la Siliquini (sì, proprio lei, quella che disse di voler decidere “guardandomi allo specchio”), che già il giorno successivo alla votazione in aula, è corsa a cancellarsi dal gruppo di Fli alla Camera, per aderire al Gruppo Misto (e perché non a “L’Uomo Qualunque”?) e con la Polidori, cugina del fondatore di Cepu, sponsor non ufficiale del Cavaliere.

Gente che s’allea, favorevole alla proposta di sfiducia, e poi vota contro.
Gente che in cambio di mazzette e faoritismi lancia nel cesso la dignità umana, scaricando con veemenza per non vederla più, per non sentirne la scomodità.
Gente che per una poltrona venderebbe anche la moglie o la madre. E chissà che non l’abbia già fatto.

E non ho più la forza, o forse la voglia, di continuare a pormi domande. Di chiedermi: “e adesso?”.

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