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Posts Tagged ‘Neve’

“Alexanderplatz, auf wiedehrsen, c’era la neve, faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera. Vengo con te”

Succede di questo: si torna da Berlino e si riprende la vita di sempre come se nulla fosse, la gente intorno a te quasi insensibile al (tuo) trauma da rientro, con l’omìno della pubblicità della Costa Crociere che fa capolino dallo schermo e con le mani alzate, espressione arresa fa: “Scusa, sto zitto. Non mi lamento più”.
Fa ‘na sega una crociera rispetto ai cinque giorni appena trascorsi in terra crucca. “E-veramente” – per citare l’attacco di “Tempi bui” di ministrica memoria. E pure loro, i Ministri, dico, hanno urlato il loro goliardico “presente!” all’appello immaginario dei partecipanti al viaggio perfetto. Per ben due sere a tenerci compagnia, prima al Kulturbrauerai (ciò che di più vicino al paradiso si potesse aspirare in freddi ed innevati giorni tedeschi), poi al White Trash, che, a dispetto del nome, tradiva le aspettative di un luogo da sfascioni. Birra e sambuca a fiumi, per rendere onore ai nostri ospiti ma, se volete, anche un po’ alle nostre radici.
Come son solita affermare in queste situazioni, sarebbe impossibile riuscire a restituire con parole il turbine di emozioni ed esperienze e conoscenze che si son fatte, eppure una schematizzazione assai poco letteraria ma quanto mai utile potrebbe fornirci la risposta all’esigenza sopra dichiarata:
1)Ho scoperto il trionfo di sapori che si nasconde dietro ad un Kebab – il più buono che abbia mai mangiato, di fronte alla torre ad Alexanderplatz.
2)Ho capito che passeggiare per una Berlino imbiancata ed inzuppata può risultare spiacevole – e pensare che qualche giorno fa mi profusi in parole di elogio alla neve.
3)Ho potuto constatare che il popolo tedesco è, con ogni probabilità, quello che ha risposto in maniera più idonea alla crisi del dopo guerra. Ho visto che, nonostante il gravoso fardello di colpevolezza più che giustamente affibbiatogli, i crucchi son riusciti a scrollarsi di dosso la polvere del passato, senza nascondersi dietro improbabili giustificazioni e senza piegarsi alla connivenza di un mortifero andazzo europeo. Sono riusciti a restituire ad Abramo ciò ch’era d’Abramo (anche qui, senza troppo esagerare, ché si sa gli si dà un dito…), e ad Odino ciò ch’è d’Odino – se sono riuscita a spiegarmi.
4)Ho provato vergogna per le insulse polemiche lanciate da qualche amministrazione fascistizzante romana di fronte alla neocostruzione dell’Ara Pacis, in vetro trasparente ultramoderna, quando ho visto la Chiesa della Rimembranza su Kurfustendamstrasse semidistrutta e attorniata da edifici di vetro dal sapore anche vagamente esotico, eppure in perfetta sintonia con il resto, o di fronte alla cupola del Reichstag, svettante da una previa costruzione di un secolo almeno più antica.
5)Non ho avuto paura a girare di notte solo in compagnia di una mia coetanea, perché in Germania anche gli Hooligans si alzano sul tram per far sedere una ragazza (!).
6)Ho letto “Il Manifesto del Partito Comunista” in braccio a zio Marx.
7)Ho incontrato un curiosissimo abitante di Piacenza che, inspiegabilmente, è risultato essere tifoso della Lazio e ho capito che, per quanto si sforzi, una persona proveniente da una regione diversa dal Lazio è fonologicamente impossibilitata alla riproduzione dell’intonazione romana – in accordo con le teoria sull’italiano regionale che stanno tanto a cuore al professor Vignuzzi.
8)Ho riscontrato in me delle capacità sovrannaturali non indifferenti: tornare dall’aeroporto alle due di notte, alzarsi alle sette e farsi la traversata di Roma non mi ha impedito di riscuotere l’ultimo 30 e lode della sessione – aggiungerei, avendo studiato unicamente durante il viaggio di ritorno.
9)Ho capito il vero significato della frase: “Paris est toujours Paris. Berlin n’est jamais Berlin”.
10)Ho constatato che neanche dieci punti chiave basterebbero per dire tutto quanto c’è da dire intorno alla capitale tedesca.

Non posso che chiudere congratulandomi con chi, in codesto periodo, s’è laureato – ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è volutamente non casuale – e ringraziando tutte quelle persone che, seppur virtualmente, son state presenti in quei freddi, grigi, tedeschi giorni di fine inverno.

P.S. In ultima analisi, dopo questa viaggio son sempre più convinta che da grande voglio fare Marlene Dietrich. E che non ci sarebbe potuta essere lettura migliore de “La scopa del sistema” per cullarmi al rientro.

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A Roma la felicità dura il tempo di una nevicata. 

Premessa n° 1: La mia condizione forzata di studentessa determina, in questi giorni di pre-esame, una delineazione di campo e fuoricampo che, cinematograficamente parlando, invertono il valore d’interesse ad essi attribuito. Ovvero, mi risulta assai difficile ricostruire attraverso le poche informazioni che ho a disposizione, cosa ci sia davvero al di là dello schermo sul quale si proietta la mia quotidianità. Fate conto che, per voi come per me, il “campo” sia casa mia, il “fuoricampo” l’universo mondo. Della serie: cazzo campo a fa?!
Si evince, quindi, perché io scriva unicamente di fatti poco interessanti inerenti il mondo della televisione, o, nella migliore delle ipotesi, di agenti esogeni scatenatisi nei dintorni.

 Premessa n° 2: Ne parlan tutti, ne devo parlare anch’io. Sì, l’omologazione del pensiero! Sì, la prostituzione intellettuale!

Stavo studiando (ma va?!). Piegata, ritorta, gobba come una cazzo di Leopardi. Fronte increspata e occhi fissi su un fermo immagine di “Citizen Kane” (o, nella versione italiana, “Il cittadino Cane”), cercavo di comprendere la genialità insita nella nevicata che copre una delle prime inquadrature del prologo, che percepiamo come reale prima di comprendere che si tratti di una boule de neige che il suddetto Cane tiene in mano. Poi, la palla-di-neve cade, si frantuma, la nostra visione delle inquadrature seguenti appare distorta in funzione del riflesso di uno di questi frammenti di vetro.
E io, quindi, faccio una pausa per assimilare la nozione.
Alzo lo sguardo, lo getto oltre la finestra e vedo quella che la Mutter, dall’alto della tragicità ch’è nel suo stile, avrebbe in seguito definito “una tempesta di neve”.
No, una tempesta no – con buona pace della Mutter. Ma raramente Roma ha visto così tanta neve tutta insieme. Mi affaccio. Vedo il cortile di casa mia imbiancato come mai, gli alberi, le piante disabituati stavano piegati sotto il peso di poco più di un pugno di neve. Ragazzini isterici sperimentavano la delusione di scoprire che non si tratta altro che d’acqua solidificata, e ch’è tutt’altro che morbida (soprattutto se te la tirano con violenza dentro un occhio). Donne e uomini, con espressione ebete, ridevano beandosi e gridando già al miracolo, e (giuro!) abbracciandosi. E parlo di gente, benedettiddio, che se solo potesse durante una giornata qualsiasi non dico in petto, ma alle gambe si sparerebbe vicendevolmente.
Mi son chiesta, da eretica sbattezata, se non si trattasse di un maldestro gesto di Gesù Cristo che, sorpreso dal Padre a smerciar “robbba”, avesse tirato all’aria tutto quanto per non esser messo in punizione, riversando la bianca sostanza sulla Terra. Solo in questo modo si riuscirebbe a spiegare perché tutta questa gente ridesse, con la testa tirata indietro, a bocca aperta a raccoglier quella che apparentemente si sarebbe potuta classificare come neve, e conseguentemente si comportasse da cerebrolesa.
A questa riflessione, un mio amico ha ribattuto: “Be’, allora adesso Gesù Cristo minimo non partecipa a Sanremo”. Come dargli torto. 

In ogni modo, è tutto il giorno che mi domando se la neve mi sta sul cazzo o meno. Il suddetto amico dice che è normale, è sempre così la prima volta che se ne ha esperienza, e che poi, alla terza, quarta volta, cominci ad odiarla visceralmente. Per adesso, ho messo sui piatti di una bilancia i pro e i contro, e pesano sensibilmente più i primi.
È qualcosa che magneticamente attira l’attenzione, distrae qualsiasi cosa si stia facendo, blocca un flusso vitale medio (con le riserve del caso, ché se fossi stata in un letto, anche solo con un surrogato di uomo, forse non m’avrebbe bloccata così tanto!).

È silenziosa. Per quanto violenta possa essere, cade con rispettoso mutismo.

E poi, nonostante tutto, è subdola: non sembra, ma in confronto alla pioggia, fa un casino in più di danni.

Mi piace questo suo modo di essere pacatamente distruttiva. Cazzo, se mi piace!

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