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Posts Tagged ‘futuro’

Dice che siamo “choosy”.

Braccia strappate al lavoro, quello vero.

     Per forza di generalizzazioni, mi riscopro d’accordo. Oppure, sarà perché i “giovani” che conosco io sarebbe meglio definirli schizzinosi (che sono gli stessi che ti sparano tre ore di pippa su come sia ontologicamente superiore il cinema in lingua originale coi sottotitoli, e ‘sti giorni si so’ dovuti anna’ a cerca’ come se scriveva “schizzinosi” – manco sullo Zingarelli, poi, ma col correttore automatico del T9 – pe’ scrive du righe de protesta).
     Siamo una generazione di esigenti, di “misentostocazzo” perché ho preso una laurea e no, col cazzo che ci vado a lavorare al call center. Sì, sì, d’accordo, sentitevi indignati (che pure questo va tanto di moda), ma la realtà dei fatti è che da quando hanno esteso la possibilità di ottenere una laurea a pressocché chiunque (anche qui, ragioniamo per generalizzazioni, s’intende), pressocché chiunque si arroga il diritto di ottenere un lavoro coerente al suo percorso di studi. ‘na cifra de scienziati delle comunicazioni che chissà che cazzo dovranno mai scoprire, spintonano i laureati in lettere all’ingresso delle case editrici, mentre i neo giuristi si pigliano per i capelli per un posticino nella rubrica d’attualità politica.

     Il mondo è stato in questi giorni tappezzato di cartelli attraverso i quali centinaia di giovani imponevano la condivisione della propria carriera infame, fatta di collaborazioni in nero e a progetto, di licenziamenti immotivati e di mensilità spese a spalare nella merda; e io a fianco avrei gradito spuntare altre centinaia di fogli con su scritta la verità di chi, in questo paese, non vuole fare un cazzo, di quelli che, da una vita, rifiutano di fare i camerieri “perché non son capaci”, di fare i cassieri “perché degradante”, di prendere in mano un fottuto arnese “perché la classe operaia è morta da un pezzo, e comunque non è andata in paradiso”. 

     Mi è stato detto che rinunciare a studiare per accettare un lavoro da commessa in una GTO sarebbe stato un “livellarsi”. Tocca svegliarsi, invece, perché, sarà un mio limite, non riesco a credere alla sincerità di tutte quelle masse scaraventate in piazza che si stracciano le vesti e si dilaniano i corpi, si lamentano, piangono perché non avranno un futuro. Certo, noi, generazione X.1 e X.2 non avremo né il futuro che (forse) ci saremmo meritati, né tantomeno quelli che idealizziamo. Perché, come disse il buon Monicelli, …

 Quello che in Italia non c’è mai stato, è una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, 300 anni che è schiavo di tutti.

 E allora, che cazzo ci piangiamo? Zitti, e andate a spalar merda. E se vi si dice che siete “choosy”, abbiate la buona creanza di protestare a bassa voce, fosse mai che l’hipster accanto a voi vi tacci di radicalchicchismo.

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Be’, già, è triste.
Non è mai un evento allegro quando qualcuno si toglie la vita, e lo so quanto ci si sente tutti fin troppo colpevoli dell’atto altrui. Ma poi, passato il primo empatico momento di fusione delle anime, a tratti, quasi non ce ne sbatte più il cazzo. Diciamocelo: noi continuiamo a vivere.

Perché lo facciamo? Facile, siamo più forti. O forse abbastanza lungimiranti da comprendere che la vita è fatta di periodi belli e brutti, momenti in cui tutto ti arride e fasi in cui sprofondi nell’abisso, e che, per ordine precostituito, o forse per vichiana memoria, i corsi ed i ricorsi storici riporteranno tutto all’equilibrio. Cristo Iddio, nessuno sta chiedendo a quest’ondata d’imprenditori falliti (o in via di fallimento)di abbracciare entusiasticamente la prospettiva di un eterno ritorno nietzschiano!
No, piuttosto si sta chiedendo loro il famoso sacrificio che Mariomonti&co. sta pretendendo da tutti (i poveracci, chiaro), e che, se si riuscisse a mantenere una certa lucidità, si capirebbe di compiere fondamentalmente per i propri figli, questi illustri sconosciuti.

Togliendosi la vita, non ci si toglie dai problemi, ma dalla vita; i problemi restano a chi resta, mogli, figli, eredi. Ma ‘sti cazzi, dicono loro, i 38 eroi suicidi che le piazze piangono, intanto io mi do, e vi lascio l’onere e l’onore di sobbarcarvi le migliaia di euro di cazzate accumulate nella vita. Cosa pensa, invece, l’imbianchino o l’impiegato che, sottrattegli ore di lavoro straordinario, ritiene che non valga più la pena vivere?
Già, non potevate più mantenere i vostri figli (o il vostro status sociale di pseudo-piccoloborghesi cui il boom economico vi aveva abituato, lasciandovi dormire con tre telefonini sul comodino e con una moglie botulinata a fianco), allora tanto vale mandare tutto allo sfascio, e andarsene, con i vostri pargoli all’improvviso abbastanza maturi da pensare a se stessi – voi non ci siete più per loro, ricordate?

Che bell’esempio di vita, che bell’immagine!  Adesso sì che il futuro che avete garantito alla prole sarà migliore: senza un euro e senza un padre. Da applausi e lacrime, proprio.

Ma la colpa non è vostra, dicono. La colpa è della crisi, mietitrice d’anime del XXI secolo.
Mi ricorda molto ciò che accadde subito dopo la pubblicazione de “I dolori del giovane Werther”, quando enfatiche folle di innamorati si procacciarono la morte autoindotta nei modi e nelle maniere più disparate. Anche allora si disse: “E’ colpa del Werther!”, senza accorgersi che si puntava il dito contro un’entità astratta, affatto sensibile, ancor meno incolpabile.

Non diciamoci cazzate. Si stava aspettando il famoso pretesto per incolpare la crisi che, per sineddoche, avrebbe redistribuito le colpe ai famosi “governi precedenti” ed attuali.  
Osservando i dati del 2011, ed affacciandoci sui provvisori dell’anno corrente, indovinate cosa si scopre? Che, eccezion fatta per i suicidi d’onore, quelli mossi da motivi economici continuano ad essere i meno preoccupanti. La gente continua ad ammazzarsi per i soliti, banali, scontati motivi di sempre: per malattia (sai, prima che ci pensi il cancro a portarti via senza possibilità d’appello fra reali e strazianti dolori, ci pensi su un attimo se valga davvero la pena continuare) o per amore (‘sta cazzata, della quale ne potrai avere a centinaia di copia nella vita- la vita che invece rimane unica, tu pensa che ironia).

Ma continuiamo a battere su questo tasto, proseguiamo nel pubblicizzare questo del tutto simile bollettino di guerra, aggiornando i dati giorno per giorno; ma vi prego, quando piangiamo la morte di qualcuno di questi eroi, riflettiamo a tutti quelli che da anni si fanno il culo per mantenere davvero i figli, che si spezzano la schiena e vivono avvolti nell’angoscia di un futuro incerto pur di garantirlo nonostante tutto, e quando abbracciamo le così dette “vedove bianche” di questi suicidi, pensiamo a quelle donne cui il marito è stato strappato alla vita da reali morti bianche, da mancanza di sicurezza sul lavoro mentre lavoravano, da garanzie affatto garantite.
Forse, alla fine, come me, comincerete a nutrire un po’ di insofferenza.

Buona crisi a tutti.

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