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Posts Tagged ‘università’

“Tra due giorni è Natale, non va bene e non va male

buonanotte, torna presto e così sia”

 

Avrei dovuto cominciare a scrivere l’articolo ieri per far calzare la citazione, ma ‘ste cose non vanno mai come dovrebbero, e l’ispirazione già è tanto che c’è. Ci accontenteremo di un breve post natalizio, che sa di ricilcato e stantìo, ma questo offre la casa.

Da qualche mese a questa parte sono diventata più buona – o, per lo meno, più malleabile – e una festività come il NaSale, che tempo fa mi avrebbe disturbata contro ogni ragionevole motivazione, comincia invece a trascolorare in una placida indifferenza (il timore, quindi, è che a breve si trasformi in un trasporto passionale e cristianamente sentito, ma finché c’è vita, c’è speranza e non temo il mio nemico).
Già solo un paio d’anni fa avrei ceduto all’impeto di rigettare conati d’odio su canti natalizi, addobbi, alberi, presepi e bambinelli. Quest’anno ascolto jingle, assisto ad articolati allestimenti, mangio panettoni e torroni nella completa consapevolezza della transitorietà, seppur ciclica, di questo periodo, e sorrido sorniona in faccia ai regali e alle straordinarie opportunità di lavoro (vedi: volantinaggio folle al centro di Roma per promuovere mercatini dell’ultim’ora). E, quando ci scappa, faccio pure gli auguri – che, al momento, sono l’unico aspetto che si configura ancora con difficoltà nel mio orizzonte di gesti naturali.

Perciò, ci siamo. Lo faccio: auguro a chi mi legge un buon NaSale. Ma anche a chi non mi legge. Lo auguro a chi lo passerà senza regali, costretto dalle ristrettezze di questa crisi. A chi brinda nella speranza che venga prorogata la cassa integrazione. A chi cerca lavoro, e non lo trova. A chi vorrebbe studiare, e non può farlo. A chi, a causa della legge Gelmini approvata ieri in Senato, sarà costretto a rimandare il futuro. A chi, come me, non crede alla santità di questa festa, e sarà per questo (forse) un po’ meno contento. A chi sarà incazzato tutta sera perché non glien’entra una. A chi mangerà con la puzza della “monnezza” sotto il naso, e i liquami sotto i piedi. A chi piacerebbe avere anche solo un po’ di monnezza per cena. A chi ha perso la casa a causa del terremoto, e spera che questo dicembre si protragga in un irreale infinito per non ricominciare a pagare le tasse – oltre tutto.

A chi ha permesso che venisse respinta la proposta di sfiducia, ché si troverà l’incazzatura di tutti i suddetti sul groppone e già sarà tanto se non rimarrà strozzato da un boccone di pandoro.

A voi tutti, quindi, buon NaSale. E se il rodimento di chiulo resta, ascoltatevi questo, ché forse cantando vi passa:


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“Io non ho pensieri mai quando sono coinvolto completamente, a tutte le ossessioni posso dire addio quando sto realizzando quello che sento”

 

Ho sempre pensato che la risposta: “Non ho tempo” a qualsivoglia domanda propositiva, rappresentasse unicamente una scorciatoia burocratica e formale per non cadere nella volgarità del “Non lo faccio perché nun me va. E, de base, fatte pure ‘i cazzi tua!”.
Ebbene, sposando una teoria vagamente attinente al puro empirismo, ho sperimentato che c’è gente che davvero “non ha tempo” di fare le cose. Mi piacerebbe tornare a scrivere per me stessa, come una volta, quando sentivo l’esigenza catartica di spiattellare la merda su un foglio di carta, e vomitare odio e bile, e coccolarmi all’idea di essere inadeguata. Ma, a quanto pare, oltre a non avere il suddetto tempo – che, a prescindere, non credo si possa possedere – (e considerato che quella di oggi rappresenta una piacevole eccezione), credo di non saper neanche più giostrare quegli strumenti acuminati che l’insofferenza mi allungava di sottecchi.

Dicono che il Natale renda tutti più buoni, ma anche l’amour se la batte strenuamente – lascia perdere il Natale, almeno per ora, che ho già visto panettoni in bella mostra sugli scaffali.
Ho capito che quando s’è “coinvolti completamente”, per citare i Lombroso, non s’ha tempo per odiare altri che quelli che minacciano la tua attuale felicità. E allora, di tutto ciò che una volta non sopportavo, adesso mi rimangono solo: le donne (belle e brutte, alte o basse, magre o grasse), i dolori (e il Giovane Werther), l’università (che non parte e non lascia partire neanche me), il lavoro che non c’è (e che pure se ci fosse, toccherebbe sempre vedere se…).

Non basta.  Dico, non basta per continuare a rendere interessante questo blog – sempre sperando che una volta lo sia stato – con la cadenza settimanale degli inizi. E allora scrivo quando ne ho bisogno.
E non è forse sempre così?

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