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A Roma la felicità dura il tempo di una nevicata. 

Premessa n° 1: La mia condizione forzata di studentessa determina, in questi giorni di pre-esame, una delineazione di campo e fuoricampo che, cinematograficamente parlando, invertono il valore d’interesse ad essi attribuito. Ovvero, mi risulta assai difficile ricostruire attraverso le poche informazioni che ho a disposizione, cosa ci sia davvero al di là dello schermo sul quale si proietta la mia quotidianità. Fate conto che, per voi come per me, il “campo” sia casa mia, il “fuoricampo” l’universo mondo. Della serie: cazzo campo a fa?!
Si evince, quindi, perché io scriva unicamente di fatti poco interessanti inerenti il mondo della televisione, o, nella migliore delle ipotesi, di agenti esogeni scatenatisi nei dintorni.

 Premessa n° 2: Ne parlan tutti, ne devo parlare anch’io. Sì, l’omologazione del pensiero! Sì, la prostituzione intellettuale!

Stavo studiando (ma va?!). Piegata, ritorta, gobba come una cazzo di Leopardi. Fronte increspata e occhi fissi su un fermo immagine di “Citizen Kane” (o, nella versione italiana, “Il cittadino Cane”), cercavo di comprendere la genialità insita nella nevicata che copre una delle prime inquadrature del prologo, che percepiamo come reale prima di comprendere che si tratti di una boule de neige che il suddetto Cane tiene in mano. Poi, la palla-di-neve cade, si frantuma, la nostra visione delle inquadrature seguenti appare distorta in funzione del riflesso di uno di questi frammenti di vetro.
E io, quindi, faccio una pausa per assimilare la nozione.
Alzo lo sguardo, lo getto oltre la finestra e vedo quella che la Mutter, dall’alto della tragicità ch’è nel suo stile, avrebbe in seguito definito “una tempesta di neve”.
No, una tempesta no – con buona pace della Mutter. Ma raramente Roma ha visto così tanta neve tutta insieme. Mi affaccio. Vedo il cortile di casa mia imbiancato come mai, gli alberi, le piante disabituati stavano piegati sotto il peso di poco più di un pugno di neve. Ragazzini isterici sperimentavano la delusione di scoprire che non si tratta altro che d’acqua solidificata, e ch’è tutt’altro che morbida (soprattutto se te la tirano con violenza dentro un occhio). Donne e uomini, con espressione ebete, ridevano beandosi e gridando già al miracolo, e (giuro!) abbracciandosi. E parlo di gente, benedettiddio, che se solo potesse durante una giornata qualsiasi non dico in petto, ma alle gambe si sparerebbe vicendevolmente.
Mi son chiesta, da eretica sbattezata, se non si trattasse di un maldestro gesto di Gesù Cristo che, sorpreso dal Padre a smerciar “robbba”, avesse tirato all’aria tutto quanto per non esser messo in punizione, riversando la bianca sostanza sulla Terra. Solo in questo modo si riuscirebbe a spiegare perché tutta questa gente ridesse, con la testa tirata indietro, a bocca aperta a raccoglier quella che apparentemente si sarebbe potuta classificare come neve, e conseguentemente si comportasse da cerebrolesa.
A questa riflessione, un mio amico ha ribattuto: “Be’, allora adesso Gesù Cristo minimo non partecipa a Sanremo”. Come dargli torto. 

In ogni modo, è tutto il giorno che mi domando se la neve mi sta sul cazzo o meno. Il suddetto amico dice che è normale, è sempre così la prima volta che se ne ha esperienza, e che poi, alla terza, quarta volta, cominci ad odiarla visceralmente. Per adesso, ho messo sui piatti di una bilancia i pro e i contro, e pesano sensibilmente più i primi.
È qualcosa che magneticamente attira l’attenzione, distrae qualsiasi cosa si stia facendo, blocca un flusso vitale medio (con le riserve del caso, ché se fossi stata in un letto, anche solo con un surrogato di uomo, forse non m’avrebbe bloccata così tanto!).

È silenziosa. Per quanto violenta possa essere, cade con rispettoso mutismo.

E poi, nonostante tutto, è subdola: non sembra, ma in confronto alla pioggia, fa un casino in più di danni.

Mi piace questo suo modo di essere pacatamente distruttiva. Cazzo, se mi piace!

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