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Ovvero, per una lettrice indefessa di 21 anni è impossibile convivere con l’idea della morte.

Scrivo poco e scrivo male. In questi giorni sono assai angosciata da una ferale idea di morte che proprio non vuole sapere di abbandonarmi ad un po’ di serenità. Ma è una sensazione ciclica, alla fine ci si fa l’abitudine.

L’ultimo pensiero al riguardo mi ha colpita l’altro giorno, mentre pranzavo a casa dell’uomo – momento che, per definizione, dovrebbe essere sereno/dolce/amorevole/sentimentale/romantico, ma che faticava a diventare tale. Ho riflettuto su una condizione nient’affatto rassicurante, ho fatto un calcolo di probabilità ed effettivamente quanto ipotizzato, ho concluso, potrebbe quasi certamente verisficarsi (l’uso del condizionale non mi salva dall’ineluttabilità dell’assunto): potrei morire mentre sto leggendo un libro. Mi spiego meglio. Non intedo dire che potrei morire “nell’atto di” leggere un libro – il che sarebbe altamente poetico, è vero -, ma piuttosto che potrei morire senza aver portato a termine il volume che sto leggendo – che sembra assai meno raffinato. Insomma, potrei non arrivare a sapere mai come va a finire “La confraternita dell’uva” o “Verso Occidente l’impero dirige il suo corso”. E sì, è un problema, perché morire col rodimento di culo, e mandare a ‘fanculo il Grande Ebreo dei Cieli accusandolo per la tempistica del cazzo potrebbe risultare un problema in termini di Giudizio Universale e Pene da Espiare (che non son poche neanche così).

Potrei morire e non sapere come finisce un libro. Morirò – e questo è certo – e non conoscerò mai tutti i libri, ed i film e le canzoni e le opere d’arte che verranno prodotte dopo il mio decesso. L’arte progredirà ed io non la conoscerò. Ma questo, forse, è un altro pensiero (quasi citando indegnamente Lucarelli).

E l’uomo, ovvero colui il quale dovrebbe cercare di rassicurarmi e fornirmi ragioni di mera sopravvivenza, quando ha ascoltato la spiegazione della causa della mia angoscia dell’ultimo periodo, ha avuto solo la prontezza cinica di rispondermi:
“Amo’, questo è il bello del gioco!”
D’altronde, non posso lamentarmi. Me lo sono scelto. Cinica lei, cinico lui.

Con estrema indelicatezza, ieri ho chiesto ad Irocka di intervenire in tal senso:
S. – Amo’, ti prego, se dovessi morire senza riuscire a finire il libro che sto leggendo, ti pregherei di finirmelo di leggere tu, vicino alla tomba che per forza di cosa mi costruiranno, avendo io una famiglia alla quale dare delle risposte.
I. – Che carina che sei! Che bel pensiero per me!
S. – …
I. – Smettila.
S. – No, amo’, dico sul serio, vabbè che non ci credo a ‘sta questione della vita dopo la morte, vabbè che tanto non avrò più coscienza né di quello che accade a voi vivi, né tantomeno avrò più un corpo…
I. – Hai preso in considerazione questa storia della cremazione?
S. – Sì, appunto. Non avrò un corpo. Non avrò tanto meno un’anima o una mente. E anche ammesso che, invece, tutto questo continuerà ad esserci, conoscendomi non riuscirò comunque a ricordarmi l’inizio del libro che stavo leggendo, perciò non riuscirò a starti appresso e non potrò neanche fartelo sapere, maledizione!
I. – Quindi, che devo fa’?
S. – …
I. – …
S. – No, vabbè, pe’ nun sbajasse, leggimelo lo stesso.

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