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Archive for the ‘Rrròma’ Category

Leggendo in giro, ho trovato questo, che un po’ m’ha fatto ridere, un po’ m’ha fatto riflettere. Di base, m’è piaciuto. E comunque, mi ha ricordato un’esperienza di qualche anno fa, che ha a che a fare coi Genesis e coi tipi alla Pitergabbriel.

Com’è, come non è, conobbi un tipo. Il classico niente di che, che in periodi di magra o di stanca ti sforzi di mandare giù e ti fai piacere. Di solito, impieghi più di qualche appuntamento per cominciare ad uscirci senza tentennamenti e sempre in bilico tra il dio-te-prego-nun-t’accolla’ e il guarda-‘sto-stronzo-mica-me-richiama. Alla fine, richiamava sempre. Mai del tutto convinto, c’è da dire, ma richiamava.
Premessa importante ai fini della narrazione: all’epoca ero ancora nella fase adolescenziale, quindi avevo una ventina di chili in più, un’acne che definire semplicemente “giovanile” appariva a tratti riduttivo e un’insicurezza che mezza bastava.

Lui, però, almeno nel primo periodo pareva accontentarsi, forse motivato dalla comune passione per i Genesis (che, com’è logico che sia, all’epoca millantavo senza nutrire veramente, ma si sa che tira più un pelo…), e, come solo più tardi compresi, dall’esigenza di recarsi al concerto dei suddetti con qualcuno che non fosse se stesso. Alla fine, andammo insieme. Con noi, anche i miei più cari amici dell’epoca. E mio padre. E la mia madrina. E l’imbarazzo. E una maglietta fucsia traforata che mi metteva in mostra le tette (unico punto di forza che tento ancor oggi di ostentare per coprire altre magagne). Non servì a niente, la maglietta. 
Lui seguì il concerto, scambiò piacevoli conversazioni con i miei amici, si impelagò in virtuosistici scambi di battute con mio padre, cantò, ballò, e non mi si cacò di striscio, mentre io in realtà cominciavo davvero ad apprezzarlo. Da quel momento in poi, non seppi più nulla di lui. Tranne che era uno stronzo, ovviamente.

Passano gli anni, perdo i famosi venti chili, assumo la pillola anticoncezionale che elimina ogni traccia di acne (e mi rende più appetibile in quanto scarsamente fertile) e continuo ad avere le stesse tette di allora. Vado a bere con delle amiche al Circolo degli Artisti (tipo, “vado a farmi sfilare cinque euro consapevolmente per una birra che più annacquata manco il vino delle fontane di Marino alla sagra”), e buttandomi in pista al cazzeggio, ti incrocio con lo sguardo il coglione. È lì. È con un amico. Balla.
Ci si aspetterebbe che si avvicini, che intavoli una conversazione sebbene tra le più banali, che faccia la ruota da insulso pavone qual è. Niente di tutto questo. Mi guarda. Continua a guardare. S’arrapa. M’ignora.

Il giorno successivo mi contatta con un messaggio di posta elettronica e butta lì un “sai, dovremo rivederci”.

Il periodo di magra è finito, sciscio. E i Genesis me facevano caca’.

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“Tagliato fuori. Sono completamente tagliato fuori”, recitava il buon Claudio Santamaria nei panni di Penthotal in “Paz!”. Così mi sento, il più delle volte.

In questo caso, guardandomi intorno, non comprendevo perché tutti parlassero de I Cani, perché tutti ascoltassero I Cani, perché tutti andassero ai loro concerti. Anche El Faaab, ieri, mi perculava: “Perché, non hai mai sentito quelli che cantano co’ ‘na bbusta ‘n testa?”. In realtà, c’ho messo anche un po’ a capire che fossero un gruppo musicale, ma quello perché son ritardata io, mica per altro.

Poi, un giorno, l’epifania. Ascolto svogliatamente “Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani”, un anno in ritardo rispetto al reale esordio , abbandonata sul letto ad un pisolino pomeridiano che ritardavo a schiacciare. Ascolto qualcosa, ma non presto veramente attenzione – come mio solito, e pure questo è perché son figlia della snack-culture, mica per altro. Non mi colpiscono, a sprazzi stucchevoli, solita gente che sputa nel piatto dove mangia, giunti al successo dal solito passaparola in rete di amici che taggano amici, che ti rimangono in testa per quei due accordi in croce, che criticano gli altri senza accorgersi di essere gli altri, fanno scattare l’allarme anti-indie contro quel semplicismo parossistico a tratti – l’indie che, invece,  giustificherebbe I Cani perché ancora non mainstream (e, off topic, mi domando quand’è che l’indie ha cominciato a scocciarci davvero).

Ci son tornata ieri, e m’è toccato ammettere che non posso avere sempre ragione, soprattutto di primo acchitto: esprimono un beat nuovo, non frequentemente sentito – se non in qualche esperimento dei tanto bistrattati ’90 -, si definiscono una qualsiasi pop band romana, ma c’è in loro qualche vena post-punk all’Offlaga Disco Pax che è difficile celare, e che poi, in fondo, è ciò che davvero attrae. Lungi dal diventare il mio gruppo preferito, al momento scalano la classifica delle mie fisse attuali, e mi ritrovo a canticchiarli, maledicendo il giorno che l’ho sentiti. 

Qualche riserva continuavo a nutrirlo sui testi. Lo faccio presente all’òmo.
S – Mmh. Lo sai, da nerd d’italianistica, non posso non prestare attenzione al testo.
A – E…?
S – E non lo so, m’infastidiscono a tratti. Non li sopporto. Con questi appigli facili alla retorica contemporanea, con questi ammiccamenti alla generazione del XXI secolo. Con queste protagoniste da aperitivo a Monti, dedite a racconti che non pubblicano, che cazzeggiano su fèisbuk, che minacciano i genitori di andarsene appena laureate per lavorare all’estero, ma alla fine si devono attaccare alla fava e rimangono al Pigneto a leggere David Foster Wallace…
A – Ok. Praticamente te. Quindi?

Quindi aveva ragione l’òmo. Non li sopportavo perché, mettetela come vi pare, sfruttano un po’ l’immagine che proietta ognuno di noi sulla società – e non ci credo a quelli che si difendono puntando il dito altrove, eccezion fatta per la sister che è davvero l’unico esemplare non citato nel variegato elenco d’umanità disturbato nei lirycs. E questo infastidisce, al punto che al termine del primo ponderato ascolto m’era salita una rabbia inconsulta contro me stessa, e contro certi aspetti che per la prima volta notavo esser e stigmatizzabili in quanto stereotipati.

Non posso essere più precisa e mi rendo conto di non essere riuscita a fornire un’indicazione esaustiva, né d’aver realizzato davvero una recensione.
Mi sto incazzando di nuovo, fra le altre cose.
Vado ad ascoltare I Cani. Fatelo anche voi, senza prendervi troppo sul serio.

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Quest’anno inzia bene: già sto incazzata. Ma questa è prassi.

Un pizzaiolo italiano, amico di mio padre, da anni Londoner, ci invia un video del Capodanno nella capitale della Gran Bretagna. Fuochi artificiali che scoppiano nella placida calma dei rintocchi del GrandeBen, luci, euforia, musica. E la metro aperta.
Penso alla serata di Capodanno romana, quando gli autobus si fermano drasticamente alle 21.30 e ‘ndo stai, stai, tocca che te ce fermi almeno fino alla mattina successiva, quando i mezzi riprenderanno a passare. A meno che tu non voglia dirottarne uno ed impossessartene per la serata, l’unica altra valida alternativa è ricorrere ad un taxi. Mmh.


 

Mi è capitato di vedere nei giorni scorsi questo breve ma intenso intervento di un giovane – giovanissimo! – attivista della Coalition of Resistance nella sovracitata Inghilterra. Quanta verve, quanti contenuti, quanto odore di buona rivoluzione! Ché se pure non ci sarà davvero, perlomeno ne hanno potuto respirare l’aria attraverso queste parole.
Dal canto nostro, nel nostro Bel Paese, i giovani ringraziano il Presidente della Repubblica delle Banane per aver ammesso di aver riscontrato “alcune criticità” nel testo della (ormai) Legge Gelmini. Nel messaggio natalizio rivolto a tutti gli italiani, il Grande Capo Penna Veloce, neanche un’ora dopo aver apposto la firma alla condanna ad un futuro d’incertezze per tutti gli studenti, si dichiara vicino a noi, ci comprende. Meglio, ci compatisce. Ancor meglio, se ne frega.
Ma noi, da bravi dialogatori amici del potere, ci stringiamo intorno alla sua figura istituzionale di padrepadrone, incapaci e vigliacchi di proferir dissenso. L’unico momento in cui ho visto uno dei nostri rappresentati tentare di tener testa ad un La Russa qualunque, è stato ad “Annozero”. Peccato fosse del tutto fuoriluogo, e non all’altezza della situazione. Vigliacco – in questo senso sì, caro La Russa – nel non denunciare certi inutili, stolti, fuorvianti ed inconcludenti atti di violenza. Tutto fumo e niente arrosto, per citare la saggezza popolare.

Sarei curiosa di sapere quante eccellenze vi fossero in piazza a Roma il 14 dicembre scorso.
Sarei curiosa di sapere, all’inizio di questo nuovo anno di merda, quante eccellenze avranno il coraggio di rimanere in Italia.

 

Dal canto mio, sento sempre più l’esigenza di rispondere all’appello:

“Coalition of Resistance” wants you to fight!

E, per citare il titolo del libro che al momento è in cima alle classifiche di vendita in Francia (autore: un partigiano 93enne, che è riuscito a surclassare anche un Houellebecq): “INDIGNEZ-VOUS”!

 

Indignatevi, Cristo. Sempre se ce la fate, s’intende.

 

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“Tra due giorni è Natale, non va bene e non va male

buonanotte, torna presto e così sia”

 

Avrei dovuto cominciare a scrivere l’articolo ieri per far calzare la citazione, ma ‘ste cose non vanno mai come dovrebbero, e l’ispirazione già è tanto che c’è. Ci accontenteremo di un breve post natalizio, che sa di ricilcato e stantìo, ma questo offre la casa.

Da qualche mese a questa parte sono diventata più buona – o, per lo meno, più malleabile – e una festività come il NaSale, che tempo fa mi avrebbe disturbata contro ogni ragionevole motivazione, comincia invece a trascolorare in una placida indifferenza (il timore, quindi, è che a breve si trasformi in un trasporto passionale e cristianamente sentito, ma finché c’è vita, c’è speranza e non temo il mio nemico).
Già solo un paio d’anni fa avrei ceduto all’impeto di rigettare conati d’odio su canti natalizi, addobbi, alberi, presepi e bambinelli. Quest’anno ascolto jingle, assisto ad articolati allestimenti, mangio panettoni e torroni nella completa consapevolezza della transitorietà, seppur ciclica, di questo periodo, e sorrido sorniona in faccia ai regali e alle straordinarie opportunità di lavoro (vedi: volantinaggio folle al centro di Roma per promuovere mercatini dell’ultim’ora). E, quando ci scappa, faccio pure gli auguri – che, al momento, sono l’unico aspetto che si configura ancora con difficoltà nel mio orizzonte di gesti naturali.

Perciò, ci siamo. Lo faccio: auguro a chi mi legge un buon NaSale. Ma anche a chi non mi legge. Lo auguro a chi lo passerà senza regali, costretto dalle ristrettezze di questa crisi. A chi brinda nella speranza che venga prorogata la cassa integrazione. A chi cerca lavoro, e non lo trova. A chi vorrebbe studiare, e non può farlo. A chi, a causa della legge Gelmini approvata ieri in Senato, sarà costretto a rimandare il futuro. A chi, come me, non crede alla santità di questa festa, e sarà per questo (forse) un po’ meno contento. A chi sarà incazzato tutta sera perché non glien’entra una. A chi mangerà con la puzza della “monnezza” sotto il naso, e i liquami sotto i piedi. A chi piacerebbe avere anche solo un po’ di monnezza per cena. A chi ha perso la casa a causa del terremoto, e spera che questo dicembre si protragga in un irreale infinito per non ricominciare a pagare le tasse – oltre tutto.

A chi ha permesso che venisse respinta la proposta di sfiducia, ché si troverà l’incazzatura di tutti i suddetti sul groppone e già sarà tanto se non rimarrà strozzato da un boccone di pandoro.

A voi tutti, quindi, buon NaSale. E se il rodimento di chiulo resta, ascoltatevi questo, ché forse cantando vi passa:


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Riflettevo, tentando d’assurgere all’universale, che le costrizioni più deboli sono con ogni probabilità le più difficili da rompere. Ovvero, tanto più un divieto si configura come facilmente aggirabile, tanto più appare impossibile scavalcarlo.
Questo, per cercare di spiegare la mia titubanza dell’altro giorno, quando, fulminata da un impeto di virtuosistica voglia di fare, mi sono addentrata al parco di fronte casa mia, alla ricerca di un tavolo ed una panchina su cui studiare – azione già di per sé criticabile, lo so.
Ringraziando tutti i cittadini di questa città e le loro attività più o meno vandaliche, nel fottuto Parco Nazionale della Valle dell’Aniene, nell’area che s’allarga di fronte Via Conca d’Oro, sono rimasti solo un paio di tavolini (e per un paio, intendo proprio due): uno relegato in una zona delimitata, comunemente definita “parco dei cani”, ed uno nell’altra porzione di prato dedicata alle restanti bestie, quelle che con tenerezza conquistano un posto nel nostro vocabolario sotto il termine “bambini”.
Ascoltando solo ed unicamente il mio istinto, rispondendo alle esigenze piuttosto equilibrate del mio squilibrato cervello, supero i bimbi urlanti, abdicando in favore dei cani – che pure non amo particolarmente, ma sempre meglio un abbaio di un pianto isterico e capriccioso. Vado per aprire il cancello e poi penso: “ma io non ho un cane”. Di fronte a me, pastori maremanni, tedeschi, inglesi, labrador. Tante bestie quanti padroni. Ed io? Niente. Solo un gatto pulcioso e grasso, e per giunta a casa.
Nessuno mi avrebbe negato l’ingresso, con ogni probabilità, ma l’idea di invadere uno spazio dedicato ad una specifica categoria di esseri viventi, cui sentivo e so di non appartenere, mi ha frustrata e spinta ad allontanarmi, ripiegando tristemente sul tavolino vicino a quei cessi urlanti di adulti in miniatura.
Fosse stato appeso un cartello con su scritto: “Accesso consentito solo ai padroni di cani”, sarei certamente entrata, e alla domanda di un qualsiasi sconosciuto “Signorina, qual è il suo?” avrei risposto sventolando il dito un orizzonte non meglio identificato “Il bassottino laggiù”. E avrei ripreso a studiare.

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Dice: un agosto un po’ così.
Dice: pure se non parto, alla fine mi diverto.

Agosto a Roma fa riflettere, ché anche se non sei sociopatico alla fine ti garba. Quel mese in cui vige la sospensione del giudizio, in cui ti astieni da facili sarcastici commenti sul romano medio. Apprezzi di più le persone che ti stanno intorno, foss’anche solo perché son poche, e hai più tempo per guardarle veramente o per conoscerle – ho avuto modo di leggere un editoriale di Moccia (!) su “Il Messaggero” che invitava la gente ad amarsi senza preconcetti, e con una visione talmente ridotta da rasentare il populismo, invitava a sorridere al nostro vicino. Ecco. Io non dico questo, sennò finisce uguale che sembriamo tutti ebeti, sprecando l’opportunità di un agosto romano.
Dico – se mi riesce – di dedicarci ad una città tanto odiata tutto il resto dell’anno, in quegli unici trenta giorni in cui appare sana, non infestata dai malanni che la rendono imperfetta: senza milioni di persone che bloccano le vie, senza migliaia di macchine che intasano strade e polmoni, liberi dalle zone a traffico limitato che nascondono scorci imperdibili.
Prendiamo la macchina, buttiamola in strada, infiliamola nei vicoli e, infine, parcheggiamola. E boicottiamo i localini di Campo de’ Fiori, ignoriamo i pubacci fin troppo frequentati di San Lorenzo, e riscopriamo le vecchie osterie e i “Vini e Olii” con quella loro doppia vocale conturbante e dai bicchieri di fresco bianco a un euro, frequentati solo dai vecchi ubriachi d’osteria.

Al Pigneto, al di là del ponte, se ti lasci alle spalle il confusionario, multietnicoradicalchic viale omonimo, ce n’è uno particolarmente romantico, gestito dal Signor Tommaso, uomo d’indefinibile età ma di certo aplomb, col suo grembiulino d’ordinanza e gli occhiali tondi. E’ privo di tavolini, solo una panca ed una botte su cui è disegnata una scacchiera giallo-rossa per intrattenersi a dama, ed una quantità e varietà di vini eccezionale. E se sei fortunato, t’imbarchi in conversazioni con la signora al primo piano che, a dispetto del tono, non ti rivolgerà parola dal balcone per redarguirti circa il tono di voce troppo elevato, ma ti inviterà a parlare “ché a me mette allegria, mi fa piacere la gioventù”, ammetterà.

Perciò, sai che c’è? ‘fanculo, bevete e moltiplicatevi. Con moderazione, però, che già siamo troppi.

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