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Quest’anno inzia bene: già sto incazzata. Ma questa è prassi.

Un pizzaiolo italiano, amico di mio padre, da anni Londoner, ci invia un video del Capodanno nella capitale della Gran Bretagna. Fuochi artificiali che scoppiano nella placida calma dei rintocchi del GrandeBen, luci, euforia, musica. E la metro aperta.
Penso alla serata di Capodanno romana, quando gli autobus si fermano drasticamente alle 21.30 e ‘ndo stai, stai, tocca che te ce fermi almeno fino alla mattina successiva, quando i mezzi riprenderanno a passare. A meno che tu non voglia dirottarne uno ed impossessartene per la serata, l’unica altra valida alternativa è ricorrere ad un taxi. Mmh.


 

Mi è capitato di vedere nei giorni scorsi questo breve ma intenso intervento di un giovane – giovanissimo! – attivista della Coalition of Resistance nella sovracitata Inghilterra. Quanta verve, quanti contenuti, quanto odore di buona rivoluzione! Ché se pure non ci sarà davvero, perlomeno ne hanno potuto respirare l’aria attraverso queste parole.
Dal canto nostro, nel nostro Bel Paese, i giovani ringraziano il Presidente della Repubblica delle Banane per aver ammesso di aver riscontrato “alcune criticità” nel testo della (ormai) Legge Gelmini. Nel messaggio natalizio rivolto a tutti gli italiani, il Grande Capo Penna Veloce, neanche un’ora dopo aver apposto la firma alla condanna ad un futuro d’incertezze per tutti gli studenti, si dichiara vicino a noi, ci comprende. Meglio, ci compatisce. Ancor meglio, se ne frega.
Ma noi, da bravi dialogatori amici del potere, ci stringiamo intorno alla sua figura istituzionale di padrepadrone, incapaci e vigliacchi di proferir dissenso. L’unico momento in cui ho visto uno dei nostri rappresentati tentare di tener testa ad un La Russa qualunque, è stato ad “Annozero”. Peccato fosse del tutto fuoriluogo, e non all’altezza della situazione. Vigliacco – in questo senso sì, caro La Russa – nel non denunciare certi inutili, stolti, fuorvianti ed inconcludenti atti di violenza. Tutto fumo e niente arrosto, per citare la saggezza popolare.

Sarei curiosa di sapere quante eccellenze vi fossero in piazza a Roma il 14 dicembre scorso.
Sarei curiosa di sapere, all’inizio di questo nuovo anno di merda, quante eccellenze avranno il coraggio di rimanere in Italia.

 

Dal canto mio, sento sempre più l’esigenza di rispondere all’appello:

“Coalition of Resistance” wants you to fight!

E, per citare il titolo del libro che al momento è in cima alle classifiche di vendita in Francia (autore: un partigiano 93enne, che è riuscito a surclassare anche un Houellebecq): “INDIGNEZ-VOUS”!

 

Indignatevi, Cristo. Sempre se ce la fate, s’intende.

 

Buon NaSale

“Tra due giorni è Natale, non va bene e non va male

buonanotte, torna presto e così sia”

 

Avrei dovuto cominciare a scrivere l’articolo ieri per far calzare la citazione, ma ‘ste cose non vanno mai come dovrebbero, e l’ispirazione già è tanto che c’è. Ci accontenteremo di un breve post natalizio, che sa di ricilcato e stantìo, ma questo offre la casa.

Da qualche mese a questa parte sono diventata più buona – o, per lo meno, più malleabile – e una festività come il NaSale, che tempo fa mi avrebbe disturbata contro ogni ragionevole motivazione, comincia invece a trascolorare in una placida indifferenza (il timore, quindi, è che a breve si trasformi in un trasporto passionale e cristianamente sentito, ma finché c’è vita, c’è speranza e non temo il mio nemico).
Già solo un paio d’anni fa avrei ceduto all’impeto di rigettare conati d’odio su canti natalizi, addobbi, alberi, presepi e bambinelli. Quest’anno ascolto jingle, assisto ad articolati allestimenti, mangio panettoni e torroni nella completa consapevolezza della transitorietà, seppur ciclica, di questo periodo, e sorrido sorniona in faccia ai regali e alle straordinarie opportunità di lavoro (vedi: volantinaggio folle al centro di Roma per promuovere mercatini dell’ultim’ora). E, quando ci scappa, faccio pure gli auguri – che, al momento, sono l’unico aspetto che si configura ancora con difficoltà nel mio orizzonte di gesti naturali.

Perciò, ci siamo. Lo faccio: auguro a chi mi legge un buon NaSale. Ma anche a chi non mi legge. Lo auguro a chi lo passerà senza regali, costretto dalle ristrettezze di questa crisi. A chi brinda nella speranza che venga prorogata la cassa integrazione. A chi cerca lavoro, e non lo trova. A chi vorrebbe studiare, e non può farlo. A chi, a causa della legge Gelmini approvata ieri in Senato, sarà costretto a rimandare il futuro. A chi, come me, non crede alla santità di questa festa, e sarà per questo (forse) un po’ meno contento. A chi sarà incazzato tutta sera perché non glien’entra una. A chi mangerà con la puzza della “monnezza” sotto il naso, e i liquami sotto i piedi. A chi piacerebbe avere anche solo un po’ di monnezza per cena. A chi ha perso la casa a causa del terremoto, e spera che questo dicembre si protragga in un irreale infinito per non ricominciare a pagare le tasse – oltre tutto.

A chi ha permesso che venisse respinta la proposta di sfiducia, ché si troverà l’incazzatura di tutti i suddetti sul groppone e già sarà tanto se non rimarrà strozzato da un boccone di pandoro.

A voi tutti, quindi, buon NaSale. E se il rodimento di chiulo resta, ascoltatevi questo, ché forse cantando vi passa:


Quando andavo domandandomi perché mai si permettesse alle parlamentari di farsi ingravidare (col rischio di sgravare durante il voto di sfiducia) e ai sudtirolesi di esprimere un’opinione (roba che già dal nome del partito – Südtiroler Volkspartei – qualche domanda lecita circa la lefittimità della presenza dello stesso alla Camera e al Senato sarebbe anche potuta sorgere), solo per pudore non m’addentravo nelle questioni più scabrose che stavano stuprando l’onestà intellettuale di chi forse questa verginità non l’ha mai potuta vantare. Solo perché m’arrestavo nel provocatorio.

Passi che c’è chi vende voti in cambio di un terzo del Parco dello Stelvio (sempre gli stessi, poi dici); passi che c’è chi di valori in quest’Italia ne ha solo nell’etichetta politica attribuitagli fors’anche controvoglia da un Di Pietro scatenato, che avrebbe fatto invidia solo al miglior Jake La Motta; passi il goliardico, scandaloso, eccitante bacio di Giuda tra B. e Casini, che riporta alla mente ben altri casini e ben altre battutacce da camerata; passi l’unico Guzzanti uscito strano, che tiene sulle spine l’elettorato, manco fossimo al peggiore dei telequiz serali; passi per il Gruppo Misto e Noi Sud, e per quella loffa di Moffa, che ha fatto dell’indecisione virtù.

Ma non posso sopportare imbelle certe colpevoli contraddizioni che sfiorerebbero il ridicolo se solo non gettassero il Paese in mano ad approfittatori, magnaccia, mafiosi, corrotti e piduisti (assassini lo metto tra parentesi perché poco evidente, perché poco diretto).
Movimento di Responsabilità Nazionale si chiama. Una responsabilità che l’amante dell’agopuntura Domenico Scilipoti, l’amico di Veltroni Massimo Calearo, e Bruno Cesario, che già dal cognome avrebbe dovuto suggerire un’azione dolorosa, dovranno assumersi, per rendere conto ad un Italia sfatta che reclama giustizia sociale. Responsabilità che dovranno condividere con la Siliquini (sì, proprio lei, quella che disse di voler decidere “guardandomi allo specchio”), che già il giorno successivo alla votazione in aula, è corsa a cancellarsi dal gruppo di Fli alla Camera, per aderire al Gruppo Misto (e perché non a “L’Uomo Qualunque”?) e con la Polidori, cugina del fondatore di Cepu, sponsor non ufficiale del Cavaliere.

Gente che s’allea, favorevole alla proposta di sfiducia, e poi vota contro.
Gente che in cambio di mazzette e faoritismi lancia nel cesso la dignità umana, scaricando con veemenza per non vederla più, per non sentirne la scomodità.
Gente che per una poltrona venderebbe anche la moglie o la madre. E chissà che non l’abbia già fatto.

E non ho più la forza, o forse la voglia, di continuare a pormi domande. Di chiedermi: “e adesso?”.

Vorrei studiare. E invece, come ogni mattina, c’è qualche pensiero scomodo che si piazza sotto il culo e non riesce a farmi rilassare sulla sedia. E allora scrivo, muovendomi di qua e di là, senza trovare conforto.
Stamattina capisco che sarebbe stato meglio continuare a sostenere quel sistema d’illusioni di leopardiana memoria, sospendere c on ogni mezzo il desiderio di un piacere infinito. Niente in natura lo è. La natura, e soprattutto gli essere che la abitano, sono fisici e, come tali, scadono.
Soprattutto, so che se la penso così, è perché parto da una considerazione sbagliata, che mi vorrebbe sempre dalla parte del giusto, cullata da quelle che sento essere ragionevoli motivazioni. E sbaglio, provando a mettermi nei panni degli altri, perché ci sto stretta e non sto bene. Ma ci provo.
Devo rimanere in me stessa più che posso, perché, anche se quotidianamente commetto errori evitabili e grossolani, non accuso gli altri di avermi costretta, e vado fiera di ognuno di loro.

Nessuno è più avulso dalla tentazione di sparlare di chi ammette un minimo di collaborazione nell’effrazione di una quotidiana serenità. Questa la riflessione della mattina, che, a quanto pare, non m’aiuta a comprendere perché, senza alleati, combatta contro coalizioni. Sento solo una cortina di rancore calare giorno dopo giorno, nelle parole, nei gesti, nella mancanza di comprensione che una volta caratterizzava la sincerità dei rapporti. Sento solo che nessuno ha la forza o il coraggio o la spudoratezza di dire tutto, esattamente come lo pensa. Edulcorano i contenuti, adattano la forma. Non arrivano al punto, e si crogiolano nel tepore di altre confidenze. E si continua a non capire. E si continua a mentire. A fingere. E si continua ad accusare e a sostenersi, che si sa, è sempre stata un po’ così.

Ma, tutto sommato, questi giorni ho capito davvero un consiglio che mi venne dato qualche tempo fa: condividiamo i piaceri, serbiamo i dolori. Nessuno ha mai avuto da ridire se ti si vede ridere. E se sei tu, per la prima o rara volta, a chiedere aiuto, aspettati sempre una mano ed un giudizio. Insindacabile.

Riflettevo, tentando d’assurgere all’universale, che le costrizioni più deboli sono con ogni probabilità le più difficili da rompere. Ovvero, tanto più un divieto si configura come facilmente aggirabile, tanto più appare impossibile scavalcarlo.
Questo, per cercare di spiegare la mia titubanza dell’altro giorno, quando, fulminata da un impeto di virtuosistica voglia di fare, mi sono addentrata al parco di fronte casa mia, alla ricerca di un tavolo ed una panchina su cui studiare – azione già di per sé criticabile, lo so.
Ringraziando tutti i cittadini di questa città e le loro attività più o meno vandaliche, nel fottuto Parco Nazionale della Valle dell’Aniene, nell’area che s’allarga di fronte Via Conca d’Oro, sono rimasti solo un paio di tavolini (e per un paio, intendo proprio due): uno relegato in una zona delimitata, comunemente definita “parco dei cani”, ed uno nell’altra porzione di prato dedicata alle restanti bestie, quelle che con tenerezza conquistano un posto nel nostro vocabolario sotto il termine “bambini”.
Ascoltando solo ed unicamente il mio istinto, rispondendo alle esigenze piuttosto equilibrate del mio squilibrato cervello, supero i bimbi urlanti, abdicando in favore dei cani – che pure non amo particolarmente, ma sempre meglio un abbaio di un pianto isterico e capriccioso. Vado per aprire il cancello e poi penso: “ma io non ho un cane”. Di fronte a me, pastori maremanni, tedeschi, inglesi, labrador. Tante bestie quanti padroni. Ed io? Niente. Solo un gatto pulcioso e grasso, e per giunta a casa.
Nessuno mi avrebbe negato l’ingresso, con ogni probabilità, ma l’idea di invadere uno spazio dedicato ad una specifica categoria di esseri viventi, cui sentivo e so di non appartenere, mi ha frustrata e spinta ad allontanarmi, ripiegando tristemente sul tavolino vicino a quei cessi urlanti di adulti in miniatura.
Fosse stato appeso un cartello con su scritto: “Accesso consentito solo ai padroni di cani”, sarei certamente entrata, e alla domanda di un qualsiasi sconosciuto “Signorina, qual è il suo?” avrei risposto sventolando il dito un orizzonte non meglio identificato “Il bassottino laggiù”. E avrei ripreso a studiare.

Sarà, ma io continuo a rintracciare preoccupanti analogie tra Silvio e Benito.

Oh, possibile che mi sbagli, e che sia vittima di un’autoinduzione debilitante, ma, tralasciando le più evidenti somiglianze estetiche (che accomunano, per altro, anche il dott. Sallusti ed il dott. Minzolini/Scodinzolini), i pigli autoritaristici quando non ingiustificabili per lo meno imbarazzanti, e la comunione d’obiettivi che spesso i due sembrano aver condiviso, mi soffermerei sulla passione/ossessione che i suddetti nutrono nei confronti delle “femmine”.
“Non cambio, mi piacciono le donne”, sembra aver risposto il premier a chi lo accusa di favoreggiamento della prostituzione, tanto più grave quando si sottintende l’interesse nei confronti di avvenenti piccole minorenni.
“Da Berlusconi ho avuto in regalo solo un gioiello, una collana di Damiani e 7000 euro in contanti. Lo ha fatto per aiutarmi, perché ero in difficoltà economiche e non avevo soldi per andare avanti”, ribatte l’innocente, puberale, ingenua Ruby (rubacuori). D’altronde, guardando gli scatti che la vedono protagonista, pur lasciando all’immaginazione forma e colore degli occhi a causa della censura, non si fa fatica ad indovinare che una così nella vita si troverà sempre in difficoltà. Sarà una, immagino, che arrancherà per trovare lavoro/compagno/soldi/successo/fedina penale pulita. Si sa, le belle donne con amicizie ai livelli alti hanno sempre incontrato discreti ostacoli da superare, sempre avuto un’esistenza difficile da condurre.
E penso che questi fatti, in sostanza, sono sempre accaduti.
Penso a Claretta Petacci, ventenne quando conobbe Benito Mussolini – che all’epoca ne aveva cinquanta. Penso alle “udienze” chieste da lei e concesse da lui, che lentamente si tramutarono in una vera e propria relazione extra coniugale. E penso che forse, all’epoca, anche questi piccoli, grandi scandali di queste piccole, grandi protagoniste conservavano la loro dignità: chissà se la tenera Ruby (o la dolce Noemi) avrebbe le palle di farsi appendere a Piazzale Loreto a gambe in giù, alla sinistra dell’uomo che le ha salvato la vita.

Coinvolta completamente

“Io non ho pensieri mai quando sono coinvolto completamente, a tutte le ossessioni posso dire addio quando sto realizzando quello che sento”

 

Ho sempre pensato che la risposta: “Non ho tempo” a qualsivoglia domanda propositiva, rappresentasse unicamente una scorciatoia burocratica e formale per non cadere nella volgarità del “Non lo faccio perché nun me va. E, de base, fatte pure ‘i cazzi tua!”.
Ebbene, sposando una teoria vagamente attinente al puro empirismo, ho sperimentato che c’è gente che davvero “non ha tempo” di fare le cose. Mi piacerebbe tornare a scrivere per me stessa, come una volta, quando sentivo l’esigenza catartica di spiattellare la merda su un foglio di carta, e vomitare odio e bile, e coccolarmi all’idea di essere inadeguata. Ma, a quanto pare, oltre a non avere il suddetto tempo – che, a prescindere, non credo si possa possedere – (e considerato che quella di oggi rappresenta una piacevole eccezione), credo di non saper neanche più giostrare quegli strumenti acuminati che l’insofferenza mi allungava di sottecchi.

Dicono che il Natale renda tutti più buoni, ma anche l’amour se la batte strenuamente – lascia perdere il Natale, almeno per ora, che ho già visto panettoni in bella mostra sugli scaffali.
Ho capito che quando s’è “coinvolti completamente”, per citare i Lombroso, non s’ha tempo per odiare altri che quelli che minacciano la tua attuale felicità. E allora, di tutto ciò che una volta non sopportavo, adesso mi rimangono solo: le donne (belle e brutte, alte o basse, magre o grasse), i dolori (e il Giovane Werther), l’università (che non parte e non lascia partire neanche me), il lavoro che non c’è (e che pure se ci fosse, toccherebbe sempre vedere se…).

Non basta.  Dico, non basta per continuare a rendere interessante questo blog – sempre sperando che una volta lo sia stato – con la cadenza settimanale degli inizi. E allora scrivo quando ne ho bisogno.
E non è forse sempre così?

“Vini & Olii”

Dice: un agosto un po’ così.
Dice: pure se non parto, alla fine mi diverto.

Agosto a Roma fa riflettere, ché anche se non sei sociopatico alla fine ti garba. Quel mese in cui vige la sospensione del giudizio, in cui ti astieni da facili sarcastici commenti sul romano medio. Apprezzi di più le persone che ti stanno intorno, foss’anche solo perché son poche, e hai più tempo per guardarle veramente o per conoscerle – ho avuto modo di leggere un editoriale di Moccia (!) su “Il Messaggero” che invitava la gente ad amarsi senza preconcetti, e con una visione talmente ridotta da rasentare il populismo, invitava a sorridere al nostro vicino. Ecco. Io non dico questo, sennò finisce uguale che sembriamo tutti ebeti, sprecando l’opportunità di un agosto romano.
Dico – se mi riesce – di dedicarci ad una città tanto odiata tutto il resto dell’anno, in quegli unici trenta giorni in cui appare sana, non infestata dai malanni che la rendono imperfetta: senza milioni di persone che bloccano le vie, senza migliaia di macchine che intasano strade e polmoni, liberi dalle zone a traffico limitato che nascondono scorci imperdibili.
Prendiamo la macchina, buttiamola in strada, infiliamola nei vicoli e, infine, parcheggiamola. E boicottiamo i localini di Campo de’ Fiori, ignoriamo i pubacci fin troppo frequentati di San Lorenzo, e riscopriamo le vecchie osterie e i “Vini e Olii” con quella loro doppia vocale conturbante e dai bicchieri di fresco bianco a un euro, frequentati solo dai vecchi ubriachi d’osteria.

Al Pigneto, al di là del ponte, se ti lasci alle spalle il confusionario, multietnicoradicalchic viale omonimo, ce n’è uno particolarmente romantico, gestito dal Signor Tommaso, uomo d’indefinibile età ma di certo aplomb, col suo grembiulino d’ordinanza e gli occhiali tondi. E’ privo di tavolini, solo una panca ed una botte su cui è disegnata una scacchiera giallo-rossa per intrattenersi a dama, ed una quantità e varietà di vini eccezionale. E se sei fortunato, t’imbarchi in conversazioni con la signora al primo piano che, a dispetto del tono, non ti rivolgerà parola dal balcone per redarguirti circa il tono di voce troppo elevato, ma ti inviterà a parlare “ché a me mette allegria, mi fa piacere la gioventù”, ammetterà.

Perciò, sai che c’è? ‘fanculo, bevete e moltiplicatevi. Con moderazione, però, che già siamo troppi.

Se da un lato i verdi e frustrati padani esultano senza neanche vergognarsi al goal del Paraguay, dall’altro l’Hippy e la maggioranza della popolazione italiana se ne vanno a letto tranquilli, con la prospettiva di un pareggio che, tutto sommato, sembra convincerli.
E comunque, cazzi loro.
Se da un lato quel tamarro napoletano evidentemente in sovrappeso di Cannavaro, coricandosi in questi giorni, non fa altro che proiettarsi nella mente l’immagine della sua persona che solleva la coppa del mondo con sguardo ebete e vagamente soddisfatto, dall’altro (sempre) l’Hippy stringe, per dir così, le chiappe al pensiero che qualcuno dei quattordici juventini convocati per questi mondiali possa commettere un errore madornale ed imperdonabile, così da attirare l’attenzione su di sé e rivelare il connubio tra il Lippi junior e il procuratore della suddetta squadra di gobbi (che poi, si sa, sono la stessa persona, e via così si spiegan molte cose).
E comunque, cazzi loro.

Son altri, al momento, i fatti che mi premono. E lasciando da parte quelli che richiederebbero davvero una riflessione profonda – ché non mi sembra questa la sede per affrontarli –, mi chiedo come minchia sia possibile che in questi giorni io non riesca a dormire. Ad esser sinceri, per dormire, dormo, ma il concetto del “riposare” è sempre più un afflato di utopia. Sogno sempre (e con una verosimiglianza da far impressione, quasi sognassi in 3D) che accanto a me ci sia l’Uomo, e che io debba farmi piccina, nascondermi tra le pieghe del lenzuolo per concedergli lo spazio necessario alla reciproca sopravvivenza notturna.
In alcuni casi, quando sto quasi per varcare la soglia del risveglio (con buona pace di Curi e dei suoi saggi, per altro, qui c’è ben poco di politico!), immagino addirittura di essermi addormentata prima di averlo riaccompagnato a casa, e distinguo nitida la scena alla mattina, con la Mutter che spalanca di scatto la porta scorrevole della mia camera da letto e si ritrova l’Uomo disteso mezzo nudo nel letto della figlia, e, dopo aver tratto conclusioni neanche troppo affrettate a sfondo sadicosessuale, presa da un’extrasistole incontrollata e incontrollabile, si accascia a terra, sbavando e strabuzzando i suoi occhietti bigotti, inseguendo con lo sguardo vacuo una risposta che non arriverà mai. Piacevole. Assai.
Comunque, al di là dei vagheggiamenti mentali, il contenuto latente continua a non apparirmi chiaro, per quanto deduca che un banale intervento di studi freudiani potrebbe fornire ipotesi quando non convincenti, per lo meno verificabili.
Ma son stanca da giorni, e questo è un fatto. E non sto facendo un cazzo, e questo è un altro.

Mi trovo a riflettere sulla tempestività di certe morti. Ci vuole coraggio, a volte. Non bastano meri fattori biologici a stroncare un’esistenza. A mio parere, ci sono alcune persone che aspettano il momento topico per spegnersi, lasciando alle spalle una scia di surreale che brilla a lungo.
Questo, per altro, sembra essere un periodo storico idoneo per morire – essendo, di base, un periodo storico privo a tratti di “storicità” -, soprattutto per chi decide che vuole campare di scrittura o d’informazione.
A breve, ci metteranno il bavaglio.
A breve, Santoro verrà sfanculato/sfanculerà da RaiDue – e, al di là della personale idiosincrasia che nutro nei confronti della sua persona, potrebbe addirittura essere rimpianto, de ‘sti tempi!
A breve, se non ci sbrighiamo a prestare attenzione alla sua voce, rimpiangeremo anche la possibilità di ascoltare Gianni Minà (e, attenzione, non gliela sto in alcun modo tirando – anzi, chi può si gratti –, sto solo stigmatizzando la ghettizzazione di quello che considero uno dei migliori giornalisti italiani viventi, Cristo!).

A breve, temo che verrà dimenticato anche il fautore del risveglio di una certa Italia (diversa dall’Italietta), colui il quale ha rifondato completamente il significato del termine “novissimo”: Edoardo Sanguineti, venuto a mancare il 18 maggio scorso (e la procura ha aperto un inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, rimando ad altre più specifiche ed informate fonti per approfondimenti).
Premetto di non avere gli strumenti e la formazione adeguati per lanciarmi in un epitaffio degno di tale nome, ma la sua esperienza personale e poetica hanno spesso intrecciato la mia nel corso degli ultimi due anni. Uno di quegli scrittori per i quali questa definizione sarebbe riduttiva e suonerebbe, a tratti, quasi un insulto.
Risveglia, disse Curi. Interrompe bruscamente l’avanguardia, stravolge l’ordine borghese della cultura, apocalitticamente spegne il mondo. E ne inizia un altro, diverso, più interessante, meno consolatorio, forse, ma sicuramente più coinvolgente. Crolla la borghesia, e crolla il tessuto linguistico. La sintassi, dopo anni di cacofoniche avanguardie futuriste, si complica e si rende di difficile intelligenza. Le parole, prima di veicolare contenuto, divengono finalmente specchio di se stesse, significanti gettati nella pagina con l’obiettivo di “Worte zu finden” (trovare parole), l’unico stimolo che l’uomo prova di fronte al visibile. Tutto è poesia. Niente lo è.
Con Sanguineti, finalmente, non avemmo più nulla da invidiare a Brecht: anche noi avevamo chi, praticando straniamento e verificabilità come dogmi, trasformava “un piccolo fatto fresco di giornata” in un insieme di parole “memorabili”, suscitando la nostra attenzione senza troppo coinvolgerci. 

E se non avessi sentito, quasi per sbaglio, il notiziario all’ora di pranzo, non avrei saputo che Sanguineti non potrà più praticare poesie – però son giorni che mi sorbisco funerali di Stato di militari e personaggi televisivi di dubbio calibro, perdìo!
Purtroppo, nella nostra Italia, non riusciamo davvero più a distinguere gli eroi dai mercenari, gli uomini degni dagli indegni.
Non riusciamo ad esser fieri neanche di un poeta.

La poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell’articolo di Fortini che chiacchiera
della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il “Corriere” dell’11,
lunedì, e che ha per titolo, appunto, «perché è difficile scrivere chiaro” (e che
dice persino, ahimè, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle, in fondo):
perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire,
questa volta, lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile

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